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Mentre mi accingo a scrivere mi rendo conto che, man mano che passa il tempo, diventa sempre più difficile parlare del conflitto nella ex Jugoslavia. Maledettamente difficile, nonostante per la seconda volta si sia provato a passarci in mezzo, a capire - con la ragione della nonviolenza - cosa sta succedendo in quella terra così poco distante da noi.

 

L'impressione immediata è che ormai ci sia ben poco da capire: i serbi sparano un po' meno, con le orecchie tese verso Ginevra, probabilmente consci che comunque finisca loro ci avranno guadagnato qualcosa; i croati si sono ormai rivelati per quello che sono e si stanno scannando con gli "alleati" musulmani (il termine alleato sembra abbia significato solo a Sarajevo e dintorni) che stanno tentando un ultimo disperato sforzo per riguadagnare almeno qualche chilometro, la gente (tutta la gente) non ne può più. Sembrano queste le uniche cose evidenti, per il resto si è prossimi al caos totale.

Abbiamo cercato di passare in questo caos, nell'anarchia di una guerra sporchissima e l'abbiamo fatto convinti che la nostra presenza avrebbe messo in imbarazzo le parti in causa, che la nostra determinazione avrebbe fatto cessare il fuoco per qualche istante, che il nostro essere disarmati avrebbe sconvolto la logica amico-nemico.

 

A due passi dal fronte

Eravamo in tanti (intorno ai 1500) e la dimensione internazionale dell'iniziativa Mir Sada - "Pace ora" pareva essa stessa una garanzia: moltissimi italiani, francesi e spagnoli, ma anche rappresentanze di belgi, messicani, statunitensi, tedeschi, greci, polacchi, norvegesi, inglesi, l'appoggio logistico (contatti, conoscenza della strada, collegamenti radio, mezzi) dell'associazione francese Equilibre...

Man mano che passavano le ore ed i giorni ci siamo però accorti come in quei posti, in quelle situazioni, niente può essere dato per scontato. Così son venuti a mancare pullman che prima erano sicuri, la direzione di Equilibre si è trovata in contrasto con i "Beati i costruttori di pace", l'organizzazione ha presentato vistose lacune, la maggioranza degli stranieri non aveva la formazione e l'organizzazione in gruppi che caratterizzava la maggior parte degli italiani.

Ma si è partiti, si è voluto giustamente andare avanti, non c'era il tempo per risolvere ogni problema.

Si è arrivati così a due passi dalla guerra, nelle retrovie di un fronte sanguinoso che a 40 km da noi vedeva un confronto durissimo tra croati e musulmani. A un paio di km invece vediamo sparare verso Gorni Vakuf (la nostra strada verso Sarajevo passa da lì) una batteria di katiuscia. Ma ci si abitua, anche quando dietro montagne non troppo lontane si vedono brillare nella notte i bagliori dei colpi d'artiglieria.

La strada è impossibile, ci viene detto. Equilibre si ritira e torna subito a Spalato, la mediazione di don Albino (aspettare e digiunare ancora un giorno, nonostante altri due di snervante attesa) non passa per l'insistenza, soprattutto degli stranieri, di proseguire.

La nonviolenza difficile

E qui scopriamo come la nonviolenza non sia per tutti la stessa. Gli americani parlano addirittura di martirio, di sangue che farà nascere altre forze di pace, i greci si sentono traditi nei loro intenti se non si andrà a Sarajevo, i francesi insistono che si vada avanti o tutto sarà inutile. Molti italiani, molti partecipanti a Sarajevo 1, si ritrovano spiazzati, non capiscono perché l'unità dei pacifisti si stia squagliando man mano che passano le ore.

Emergono i diversi punti di partenza e le motivazioni dei partecipanti a Mir Sada, una diversa formazione o la completa assenza di essa, la mancanza di riferimenti organizzativi. Soprattutto si fa chiara una concezione piuttosto "occidentale" di nonviolenza: l'obiettivo va raggiunto tutto e subito. Così si insiste sul marciare, sul rischio, sulla testimonianza visibile dimenticando alcuni atteggiamenti fondamentali della nonviolenza quali l'attesa, la riflessione, il digiuno e soprattutto la pazienza.

Ma quello che mi amareggia è la caduta del metodo del consenso. Ogni riunione-speaker si trasforma in una mega assemblea spesso ingestibile, anche per la traduzione in 4 lingue che doverosamente va fatta. Il metodo democratico e nonviolento che così bene aveva funzionato e che era stato un pilastro nella marcia di dicembre salta continuamente. Ci rendiamo conto anche di come la scarsa conoscenza della guerra impedisca a tutti di capire realmente la gravità della situazione e l'importanza di una missione di pace: così qualche atteggiamento viene anche troppo facilmente colto dai giornalisti che riportano parole come "panico", "campeggiatori", "incoscienti", "turisti della pace"...

Le lacerazioni e le divisioni sembrano avere il loro culmine (e per fortuna la loro fine) quando, sulla via di Spalato - dopo aver pernottato nei pressi di un campo dei caschi blu - un gruppo decide definitivamente di andare verso Sarajevo (arrivandoci un paio di giorni dopo).

Gli altri di nuovo a Spalato, per provare questa volta ad entrare a Mostar.

 

 

Due ore a Mostar

E in questa "mossa" a sorpresa si ritrova forse il successo, dal punto di vista strategico, di tutta l'iniziativa: 500 persone entrano a Mostar (c'è stata ancora una divisione: del resto i croati facevano passare solo 10 pullman: gli altri, in una marcia improvvisata, avranno lungo la strada la fortuna di incontrare la gente comune), città in piena guerra, dove 35-40mila musulmani sono circondati dai croati e i caschi blu non venivano fatti entrare fino a poco tempo fa. Non è Sarajevo ma è pur sempre un tentativo di rompere un assedio.

Due ore. Solo due ore in una piazza per capire l'assurdità di una guerra. Bambini in bicicletta, persone di varie età ci guardano incuriosite, noi seduti per terra in silenzio: e tutt'intorno si spara. Noi vibriamo impercettibilmente (un po' ci siamo abituati) ad ogni colpo, la gente continua la sua vita, o almeno ci prova. I colpi si fanno vicini, è ora di andare.

 

Mir Sada, almeno per chi scrive, finisce qui. La tensione molto alta di questi giorni e anche lo sforzo fisico (il caldo non ci ha risparmiato) mi costringono a staccare la spina. Ma forse la verità è un'altra: non ho creduto possibile accantonare il metodo decisionale nonviolento solo perché eravamo tanti, solo perché qualcuno ha spinto sull'acceleratore per Sarajevo, per cui ho resistito fin dove si doveva, poi ho cominciato a valutare in modo molto distaccato questa esperienza.

 

 

Sulla strada

A posteriori, a freddo, vorrei proporre, dopo una cronaca forse stringata ma credo sufficiente, alcune considerazioni più generali sull'iniziativa a cui abbiamo partecipato (mi piace ricordare che erano presenti ben 48 trentini, uno dei gruppi più numerosi).

Dobbiamo crescere sulla strada della nonviolenza. A cominciare da un minimo di formazione, personale e di gruppo, teorica e pratica, che permetta di muoversi con responsabilità, attenzione e disponibilità.

Questa volta forse potremmo riconoscere di aver peccato un pochino di superbia o di onnipotenza: in tanti, di molte nazioni, garanzie dai vertici della parti in lotta, Equilibre che ha le radio... La nonviolenza però non si costruisce con i grandi exploit, ma con l'umile impegno quotidiano di cui una missione di pace può essere un importante conquista, ma non l'unica.

Anche questa volta abbiamo fatto una cosa grande: entrare a Mostar, "invadere" in 1500 un paese in guerra non è cosa da poco e testimonia che in tanti vi è anche la disponibilità a rischiare in prima persona per affermare il diritto alla pace di ogni popolo.

 

 

Mir Sada non è stata solo l'iniziativa nell'ex Jugoslavia: è stata tutto il movimento che si è creato intorno al progetto, che ha coinvolto centinaia di persone nel prepararlo, nello spendere ferie, tempo, denaro, telefono, a volte la propria faccia per rendere concreta un'utopia. E anche qui mi piace ricordare che dietro alla numerosa presenza trentina nell'ex Jugoslavia, a Trento vi era un gruppo di sostegno che sembra non trovi riscontri in altre parti d'Italia, tanto che la partecipazione, la tensione, il coinvolgimento concreto di chi è restato è certamente paragonabile a quello di chi era partito.

"Il popolo della pace sta crescendo": così ha risposto p. Fabrizio Forti, il frate trentino che era tra gli organizzatori di Mir Sada, a chi gli chiedeva se si sentiva sconfitto per non essere arrivato a Sarajevo.

Per la ex Jugoslavia forse non si potrà fare più molto (si stanno comunque cercando volontari per una scorta non armata ad un convoglio musulmano che dovrebbe portare aiuti a Sarajevo, si sta prendendo in considerazione l'idea di gruppi di osservatori in Kossovo) ma è questa crescita che va tenuta in considerazione. Ormai il popolo della pace non può essere liquidato con sorrisini di sufficienza, ai giornalisti non si chiederà più in ginocchio di parlare di noi, ogni istituzione dovrà sentirsi interrogata e coinvolta dal nostro modo di agire e di porci. Abbiamo sulle spalle due missioni di pace, interamente gestite e autofinanziate, si è creata una rete di collegamenti, vi è una circolazione di idee, c'è gente con una solida preparazione culturale, diplomatica, gestionale.

Dobbiamo ancora imparare tantissimo, faremo certamente ancora grossi errori, ma il sentiero è ormai tracciato. Non dobbiamo avere paura, perché adesso più che mai abbiamo il diritto ed il dovere di sostenere che ognuno di noi può essere protagonista del proprio e dell'altrui futuro. Perché o c'è un futuro per tutti o non c'è nessun futuro.

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