IL MARGINE

IL MARGINE rivista

Con la morte di Giuseppe Dossetti non scompare soltanto una personalità grande e singolare, che ha variamente attraversato l'intera storia di questo paese fin dall'immediato dopoguerra.
Rischia di eclissarsi un'idea di politica fortemente ancorata a principi, sorretta da una tensione morale intensissima, che egli ha incarnato fino all'ultimo giorno.
Se si ripercorrono gli atti dell'Assemblea costituente, dove Dossetti fu il leader dei democristiani, quella tensione si coglie immediatamente.
Basta seguire uno dei dibattiti più aspri e controversi, quello sui rapporti tra lo Stato e la Chiesa, per essere colpiti dall'altezza dell'argomentazione e dalla convinzione profonda che alla politica spettasse una funzione irriducibile all'amministrazione dell'esistente, ad una piatta registrazione di qualsiasi dato di realtà.
In questo senso egli fu davvero uno dei padri della Repubblica e della Costituzione, con un contributo decisivo alla scrittura di un testo che avrebbe contribuito di attraversare senza lacerazioni drammatiche del tessuto politico e sociale gli anni difficilissimi che sarebbero venuti.

 

Artefice di intese alte, non fu mai uomo compiacente.
Immerso nella lotta politica, mai sacrificò le ragioni dei principi o quelle profonde della fede.
E così indicò pure le virtù dell'abbandono, quando questo diviene l'unico modo per non compromettere irrimediabilmente i principi in cui si crede, ed anzi si presenta come la via per salvaguardare e arricchirne il significato.
La politica, per lui, non fu mai chiusa in un cerchio magico o vista come dominio riservato di oligarchi o esperti.
Il rispetto della persona e il suo legame con gli altri costituirono la guida visibile della sua azione di costituente, così come guardò all'organizzazione politica come al luogo dove deve dispiegarsi appunto la più larga partecipazione. Anche per merito suo i diritti sociali compaiono nella Costituzione repubblicana non come un fattore transitorio, legato a questo o quel regime politico, a questa o quella forma di Stato, ma come un arricchimento definitivo della cittadinanza.
Da qui nasce la sua ultima azione politica, in difesa della Costituzione.
Che non è stata il frutto d'un riflesso conservatore o d'una nostalgia compromissoria, ma la manifestazione attualissima d'un sentire che deve accompagnare ogni fase di rinnovamento politico.
La rivendicazione ferma dell'intoccabilità dei principi costituzionali era anche il monito di chi sa bene che senza salde fondazioni nessuna impresa politica può avere successo, e che una coscienza costituzionale esige fede e memoria.

 

Ho parlato a lungo con don Giuseppe nell'estate scorsa, interrogandomi con lui sul futuro dei Comitati per la Costituzione, dei quali volle che io assumessi la presidenza.
Se ho incontrato uno spirito aperto al futuro, e dunque lontanissimo da qualsiasi tentazione conservatrice, era il suo.
Certo, si opponeva all'impoverimento della democrazia, al rifiuto della socialità, alla riduzione dei diritti a titoli da scambiare sul mercato.

Ma lo faceva continuando a cogliere le potenzialità di sviluppo d'una logica costituzionale che dev'essere ripresa, e che costituirà il banco di prova del futuro dei comitati.
Che dovranno continuare a cercare la loro ispirazione nelle pagine più dure tra le ultime che Giuseppe Dossetti ci ha lasciato, con la condanna della politica senza principi, del falso realismo che tradisce l'assenza di ogni ideale.

 

I Comitati per la Costituzione devono dialogare con tutti i cittadini e con tutti i partiti: divulgare il più possibile le proprie conclusioni sulle riforme che vengono proposte; studiare e cercare di chiarire le reazioni della gente; illustrare il fondamento e i termini tecnici delle critiche e la portata esatta delle proposte alternative.

Giuseppe Dossetti

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