IL MARGINE

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Rievocare la figura di don Giuseppe Dossetti è un'occasione che impegna a un tentativo di lettura storica, ma al contempo chiede di affinare le categorie di lettura per cogliere nella storia una dimensione profonda. La sua straordinaria esperienza umana è tutta sotto il segno di una profondissima unità d'intenti e - contemporaneamente - di una appassionata dedizione a problemi diversissimi e a molteplici questioni cruciali dell'uomo contemporaneo. Solo il fatto che egli sia stato giurista e politico, biblista e sacerdote, monaco e teologo conciliare, è evidenza di questa complessità. Non è semplice dipanare i fili di questa unità e di questa compresente pluralità: i primi commenti giornalistici e saggistici alla sua morte hanno infatti lasciato grande delusione per la scarsa capacità di comunicazione di tale originalità. Il registro prevalente è stato quello della separazione di momenti e aspetti della sua vicenda terrena: basti pensare alla continua riproposizione del cliché di un suo abbandono della politica nel 1951 a causa della scoperta di un'"altra" vocazione, quella presbiterale, cui abbia fatto seguito un certo ritorno di fiamma di interesse politico soltanto negli ultimi anni, attorno all'appello del 1994 e alla successiva opera per la difesa della Costituzione. Niente di più fuorviante, in realtà: don Divo Barsotti, che fu a lungo suo direttore spirituale, in una bella testimonianza, ha addirittura formulato l'idea che sia stato possibile uno sviluppo contemporaneo in Dossetti di due vocazioni, quella pratica (politica ma anche pastorale) e quella contemplativa-monacale, tanto appassionati e lucidamente coltivati sono restati ambedue gli aspetti della sua personalità lungo tutta la sua vita.

Naturalmente occorre poi, considerando questa compresenza, comprendere bene il segno della profonda unità d'intenti espressa da Dossetti in ambiti diversi: non si trattò mai di "integralismo" (secondo l'accusa di Augusto Del Noce, che contrappose molto tempo fa un integralismo "di sinistra" dello stesso Dossetti a quello "di destra" di un Luigi Gedda), cioè di una indebita e meccanica estensione della logica assolutizzante del discorso di fede a tutti gli ambiti dell'esistenza terrena. La profonda maturazione della delicata sensibilità per il metodo della laicità da parte di Dossetti lo ha infatti portato a rispettare sempre le dinamiche intrinseche di ogni ambito dell'esperienza, dalla ricerca intellettuale alla battaglia politica, dalla partecipazione ecclesiale all'esegesi giuridica. In tutte queste dimensioni, egli mirò all'unificazione cristiana della realtà, ma proprio nella forma dell'assunzione consapevole e rispettosa della parzialità di ogni ambito. Sapendo quindi schierarsi, prendere parte, tagliare i nodi di ogni precomprensione facilmente unanimistica del discorso religioso, evitando in ogni caso di nascondersi dietro il richiamo all'autorità ecclesiastica. La tagliente intransigenza di molte di queste posizioni rafforza il senso della loro originalità, in equilibrio con il senso di un'ispirazione spirituale genuina: qui sta una delle cifre della sua grandezza. Unita naturalmente all'altra, che è la straordinaria fecondità della sua lezione in ciascuno dei campi che egli ha potuto e voluto coltivare nella sua lunga e operosa vita.

 

Costituzione come tensione al futuro

Fin dall'inizio, questa ansia di completezza e radicalità risalta dal percorso dei giovani intellettuali di cui Dossetti era guida, che riflettevano sulla "grande crisi" dell'Occidente, sulle pericolose difficoltà vissute dalla democrazia e sulle avvisaglie del fallimento del capitalismo negli anni Trenta. In questo, essi si avvicinavano alla sensibilità di forte rinascita religiosa che veniva dagli ambienti nonconformisti francesi (soprattutto da Emmanuel Mounier). Su questa linea, essi seguirono la caduta del regime autoritario in Italia, scegliendo sempre più decisamente la via della contrapposizione e della decisa militanza resistenziale e antifascista. Dossetti, partigiano senza armi, divenne presidente del CLN di Reggio Emilia, mostrando grande capacità di cooperazione con i comunisti, pur nella chiarissima distinzione operativa e ideale. La ripresa del loro discorso dopo la Liberazione avrebbe voluto assumere forma non immediatamente politica, nella convinzione che il primo e più urgente problema non fosse politico: essi crearono infatti un gruppo di riflessione e spiritualità impegnato a ricostruire le fondamenta del nuovo ordine intellettuale e morale nella cristianità. Fu la breve vicenda dell'associazione "Civitas Humana", nata nel 1946 e durata in realtà pochi mesi. La politica urgeva, però, chiedendo nuova classe dirigente per la fondazione della democrazia. Urgeva anche un preciso richiamo della gerarchia ecclesiastica, timorosa della qualità del nuovo percorso democratico e desiderosa di avervi figure di indubbia integrità su cui contare: Dossetti (come altri) dimostrò filiale disponibilità a questo richiamo, concependo comunque l'impegno politico come un servizio temporaneo. Inizialmente, l'appello politico ebbe la forma alta dell'elaborazione della Costituzione, avvenuta tra 1946 e 1948.

Si sfonda una porta aperta rimarcando la centralità del contributo di Dossetti nella elaborazione della Costituzione del 1948. Poco più che trentenne, egli seppe catalizzare nella commissione dei 75 della Costituente un vasto consenso attorno alla sua proposta, che era insieme di metodo e di merito (come lucidamente ha mostrato Paolo Pombeni). Di metodo, in quanto, rielaborando posizioni giuridiche recenti, quali soprattutto quelle di Costantino Mortati, egli propose una complessiva "cultura della costituzione" come sintesi del consenso politico espresso da una società organizzata dalle moderne forme di partecipazione popolare, con una connessa ineliminabile capacità progettuale. La Costituzione cioè non è mai solo la garanzia reciproca dei limiti del potere e l'insieme delle regole della convivenza, secondo la visione classica della teoria dello Stato di diritto: è anche espressione di una tensione al futuro, di un finalità condivisa, di un programma attorno a cui creare consenso nella società. Nel merito, questa tensione al futuro era evidente in quel "cuore ideologico" della Costituzione repubblicana, elaborato proprio sulla base di un ordine del giorno di Dossetti del settembre del 1946, e poi confluito negli articoli 2 e 3 del testo del 1948. Articoli che esprimono un'idea pluralistica della società, rispettosa dei diritti della persona singola e associata, che vengono prima dello Stato e che lo Stato riconosce come originari. Al contempo, però, contengono un'idea di Stato tutt'altro che "minimo", in cui le istituzioni repubblicane assumono il compito - propriamente etico - di creare e sostenere solidarietà, nella forma della riduzione degli ostacoli economici e sociali alla piena cittadinanza. Un moderno Stato sociale quindi, che recuperasse, ma andasse anche oltre, l'insegnamento del costituzionalismo occidentale. Si trattava di una sintesi tutt'altro che scontata nello stesso "mondo cattolico" dell'epoca, per molta parte timoroso e preoccupato più dei limiti che degli obiettivi dell'azione dello Stato; una visione che fu approvata con uno scatto di qualità, non con un compromesso deteriore, dalle maggiori forze costituenti. Non si deve però dimenticare che il senso vero di quella sintesi era di essere fortemente dinamica e aperta al compimento: se lasciata scritta soltanto sulla carta non avrebbe funzionato come catalizzatore della vita civile. Fu quanto in buona parte successe quando, scavatosi il solco della guerra fredda, irrigiditasi la necessità di "difesa della libertà" ed emarginato Dossetti dalla politica, tale cultura della Costituzione non ebbe più i suoi attivi promotori, e si avviò una tendenza al congelamento della Carta fondamentale.

 

Un partito per un progetto politico

L'aspetto propriamente politico della battaglia di Dossetti nella Democrazia Cristiana tra il 1945 e il 1951 non va però confuso con questo solo impegno costituente. Accompagnando dapprima, e poi sviluppando, il disegno della nascita di uno Stato democratico avanzato, appena abbozzato nel quadro delle intese costituzionali, egli intese portare la DC a ricoprire il ruolo di partito programmatico, capace di guidare un progetto politico di grande innovazione. Intanto, già questa idea del partito come organo del movimento politico, dell'indirizzo democraticamente determinato e poi sviluppato con la pressione sullo stesso governo, era una visione che venne ben presto a confliggere con la prospettiva minimalista del partito propria di De Gasperi, che puntava a farne più che altro strumento di sostegno e collettore del consenso per il vero centro della decisione politica, da lui identificato nel governo. Ma delicato era anche il contenuto del progetto dossettiano. Si trattava di rendere ben visibile una cesura non solo - come era abbastanza ovvio - con lo Stato fascista ma anche con il prefascismo, nella logica delle nuove esigenze poste alle democrazie dalla crisi degli anni Trenta. Occorreva puntare a un "ordine nuovo, basato sulla giustizia nella libertà". Si imponeva infatti ormai di uscire da una prima fase della esperienza del grezzo capitalismo totalmente liberista, facendo tesoro delle soluzioni avanzate che stavano maturando ad esempio nell'esperimento laburista britannico o nel New Deal americano. Non è quindi con le categorie dell'anticapitalismo o dell'antioccidentalismo (Baget Bozzo) che può essere spiegata l'"utopia dossettiana". Bensì con la ricerca di un esigente disegno riformatore, di nuovi equilibri tra Stato e mercato, tra Stato e società. Gli strumenti di una politica estera europeistica e non troppo subalterna all'"impero americano", di una politica economica dinamica, coordinata e decisa a coltivare le possibilità della pianificazione democratica, di una politica sociale aperta alle "attese della povera gente", non erano quindi che altrettanti snodi dello stesso decisivo compito. Il compito di costruire uno Stato capace di rispondere alle sfide delle riforme strutturali, senza cedere né al ricatto della mera "difesa della libertà", né agli schematismi classisti. Costruire uno Stato moderno, regolatore e riformatore della dinamica del mercato, soprattutto in Italia, significava recuperare i tempi perduti rispetto al passato, quello post-unitario angustamente liberale e quello dittatoriale, ambiguamente modernizzante. Significava tentar di intrecciare le leve del pubblico potere con l'autonoma azione-presenza delle forze sociali, in particolare dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali democratiche. Vincenzo Saba non casualmente ha visto all'opera in questa ricerca le potenzialità di un "laburismo cristiano", come alternativa possibile (quanto mancata) al degasperismo.

Considerata la situazione dell'Italia postbellica, affacciatasi timidamente e in modo ancora problematico al mondo delle democrazie moderne, tale disegno rivelava non solo la fecondità della spinta ideale del gruppo (tutt'altro che banalmente ferma alla riproposizione di un modello confessionale), non solo l'autonomia progettuale (tutt'altro che subalterna rispetto alle sinistre marxiste, di cui vedevano i limiti), ma anche una fortissima lucidità di lettura storica. Attribuire ad esso le degenerazioni "stataliste" vere o presunte del successivo cinquantennio, secondo la chiave di lettura totalmente strumentale oggi assunta dalla rivista "Liberal", significa non considerare che si trattò di un disegno appunto sconfitto. Il ritiro dalla politica di Dossetti (e Lazzati) nel 1951 è il simbolo della consapevolezza che fosse impossibile perseguirlo, dato il quadro internazionale della guerra fredda che irrigidiva gli schieramenti, togliendo spazio alle opzioni riformatrici ad Occidente, data la deriva moderata della DC degasperiana e le caratteristiche di "partito nazionale" indistinto e mediatore che essa stava assumendo. (L'eredità del degasperismo come sistema di pragmatico adattamento alla mediazione sociale, senza un nerbo strutturale che andasse al di là della statura morale personale del suo iniziatore, dovrebbe piuttosto essere considerata come radicalmente problematica rispetto alla crisi del centrismo e alla consumazione - sul lungo periodo - del ciclo storico democristiano, ma questo è un discorso che sarebbe da approfondire, necessariamente altrove). Lo stesso interventismo statale in economia concretamente realizzatosi, episodico, sregolato, insieme onnivoro e parziale, è stata in realtà una caricatura del progetto di politica economica interventista abbozzato dai dossettiani. Anche su questo punto resta invece viva un'eredità potenziale del disegno politico dossettiano, come sommersa esigenza di riformismo radicale, a guida politica, capace di essere al passo con i tempi e le sfide della storia, anche se naturalmente ogni sua possibile ripresa deve fare i conti con il mutamento degli orizzonti storici rispetto alla fase, naturalmente aperta al futuro, dell'immediato dopoguerra.

La sconfitta di questo disegno politico è maturata attraverso cinque anni di battaglie, condotte con l'efficace rivista "Cronache sociali", e passate attraverso l'assunzione di responsabilità interne al partito democristiano (Dossetti fu vice-segretario, dopo una breve fase nel 1945-46, ancora nel 1950-51, proprio per tentare di rilanciare la costruzione di un partito diverso e di un equilibrio nuovo tra governo e partito). L'abbandono della politica, dopo due appassionate occasioni di discussione nei convegni di Rossena dell'estate del 1951, maturò pur indirizzando chi avesse intenzione di restare in prima linea a sostenere il quadro democratico nelle forme possibili (e infatti molti ex dossettiani continueranno a far politica, con alterne fortune). Comunque, l'abbandono della militanza politica personale e diretta per passare sul piano della ricerca religiosa non ha voluto dire per Dossetti, dopo il 1951, passare ad occuparsi d'altro, bensì cercare di pazientemente costruire le basi spirituali e teologiche totalmente rinnovate per una complessiva presenza dei cristiani e della Chiesa nella storia.

 

Il primato della Parola

Così egli ha avuto l'occasione - divenuto sacerdote nel 1959, e consigliere del card. Lercaro nella Chiesa bolognese, a cui resterà intimamente legato - di essere precursore e protagonista dell'evento Concilio Vaticano II, che è stato certamente il più importante snodo della vicenda ecclesiale del nostro secolo. Per un breve periodo, egli fu anche segretario del collegio dei quattro cardinali moderatori delle assise conciliari. Egli ha portato a quell'appuntamento i frutti della propria originale formazione ed esperienza cristiana e dello studio avviato da alcuni anni nel suo Centro di documentazione bolognese per le scienze religiose (che proprio sulla tradizione conciliare aveva lavorato). Anche della sua partecipazione ai lavori del Vaticano II sono noti soprattutto elementi parziali, seppur significativi, come la sollecitazione per una Chiesa "povera" e "dei poveri" e l'impegno per la formulazione più conseguente e radicale della visione cristiana della pace, rispetto alla radicale profondità della contemporanea minaccia atomica. Ma egli fu innanzitutto il coerente sostenitore di una ricentratura di tutti i lavori preparatori del concilio sul primato della Parola di Dio, capace di condurre a sua volta ad una considerazione globale della Chiesa come "popolo di Dio", che trova nella Parola e nell'Eucarestia la sua forma originaria e sorgiva. Critico di alcuni elementi di incoerenza, di minor chiarezza o addirittura di irrisolta ambiguità dei testi conciliari, egli non nascose mai il suo grande apprezzamento per le linee di forza di quell'evento, impegnandosi a fondo, anche in seguito, nell'attuazione e nello sviluppo di quei "doni dello Spirito".

Su questo sfondo di nuova consapevolezza teologica, oltre ogni debito verso i sogni di cristianità (più o meno nuove), si può cogliere come la vicenda strettamente monacale degli ultimi trent'anni della vita di don Giuseppe assuma allora il significato di una concentrazione nell'essenzialità orante e nella riflessione spirituale e intellettuale, soprattutto tesa all'immersione completa nella Parola di Dio per indicare una nuova via al mondo. La sua Piccola famiglia dell'Annunziata è stata in questo senso un segno profondo nella Chiesa del post-concilio. Dossetti ci ha insegnato molto a proposito di un maturo rapporto con la Parola, riequilibrando l'essenziale ruolo del metodo storico-critico con l'idea secondo cui la Bibbia si spiega anzitutto con la Bibbia stessa, e poi con l'immersione della sua lettura comunitaria nella "grande Tradizione" cristiana, orientale e occidentale. Tutto ciò ha per lui sempre comportato mettere in guardia contro i rischi di una deriva attivistica, a suo parere particolarmente presente nella cristianità italiana, fino ai limiti di un "semipelagianesimo accidentale", non voluto ma insidiosissimo nell'autocoscienza cristiana.

 

La rivoluzione della fedeltà

Che anche questa nuova esperienza di monaco della Parola si sia incrociata con una vigile sensibilità storico-politica è però la conferma ulteriore dell'assenza di ogni separatezza nella sua vicenda cristiana. Dossetti infatti tornò a occuparsi delle concretissime attese di pace nella sempre più "sua" Palestina (egli divise la sua vita tra Monteveglio e Gerico, e coltivò un profondo dialogo con ebraismo e islam), o come sappiamo, del problematico nodo costituzionale in Italia. L'accennata "cultura della Costituzione" e la difesa-promozione del nucleo ideologico fondamentale del testo del 1948 stavano ancora primariamente a cuore al Dossetti del 1994 - a mio parere - quando ha elevato il suo appello contro le rozze volontà manipolatorie della Carta manifestate in alcuni ambienti della destra italiana. Non si trattava di conservatorismo istituzionale (come molti si sono ostinati a dipingerlo), tant'è che Dossetti già nel periodo della Costituente si era dimostrato favorevole a forme di rafforzamento dell'esecutivo, proprio per renderlo capace di realizzare l'ambizioso programma racchiuso nella Carta repubblicana. E tant'è che nei convegni tenuti con il gruppo di costituzionalisti raccolti attorno a "Città dell'uomo", nel corso del 1995, ha dimostrato ampia disponibilità a proporre riforme di istituti e regole (in chiave neo-parlamentare e addirittura federale). Il problema è sempre per lui rimasto vigilare affinché il riformismo si collocasse in un quadro di rispetto per la delicatezza delle procedure e salvasse la primaria esigenza della compattezza di una "cultura della costituzione" troppo precariamente radicatasi nella società italiana del cinquantennio repubblicano.

Ma i suoi contributi degli ultimi anni sono ancora più vasti e profondi, tanto che egli non ha smesso di essere padre spirituale di molte generazioni di credenti che si sforzano di vivere la radicalità della fede: si pensi alla prefazione al volume di Luciano Gherardi sulle Querce di Monte Sole, del 1986, che riprende la vicenda delle stragi naziste dell'estate 1944 sull'Appennino emiliano, e di lì si leva fino a uno sguardo sulla Shoah, sul "silenzio di Dio" e le responsabilità dei credenti in Cristo di fronte al male della storia (non a caso egli è sepolto nel piccolo cimitero di Monte Sole, dove ancora il muro conserva le tracce della mitraglia delle SS). Una responsabilità che sta sempre più nella lucida assunzione di "abiti virtuosi", che non nella proposizione di sintesi ideologiche e dottrine sulla società. Si pensi ancora a quell'intervento al Congresso Eucaristico Diocesano di Bologna del 1987 che esprime con somma chiarezza nuovi spunti e riflessioni sul rapporto tra fede e politica, fino alla limpidissima esposizione delle esigenti condizioni alle quali si può tentare da parte di singoli e gruppi cristiani la mediazione tra il "puro dato biblico" e il progetto sociale e politico. Si pensi infine al discorso tenuto alla commemorazione di Giuseppe Lazzati del 1994, che seguendo l'appello del profeta ("Sentinella, quanto resta della notte...?"), tornava lucidamente a riflettere sui limiti e le difficoltà della cristianità italiana a rispondere alla sfide della storia.

Personalità cruciale del Novecento italiano (e non solo di quello cattolico), Giuseppe Dossetti è tornato alla casa del Padre: la sua fulgida testimonianza di credente immerso nel cammino della storia resta per noi un vivo richiamo e un ricco patrimonio. Come egli stesso ricordò - in una sua battuta autobiografica - avergli detto suo padre, Dossetti ha tentato di portare "la rivoluzione" nello Stato e poi nella Chiesa, in nome di una fedeltà alle cose fondamentali e alle radici più vere della realtà, una obbedienza alla paternità di Dio e alla maternità della Chiesa più esigente delle consuetudini e delle convenienze. Nei nostri tempi, modelli simili di approccio alle cose della vita e del mondo non abbondano: non dimentichiamoci che sono stati possibili.

Bibliografia iniziale sull'esperienza di Giuseppe Dossetti

Come agile introduzione a tutta la sua vicenda esistenziale, si può vedere il volumetto G. Dossetti, Con Dio e con la storia. Una vicenda di cristiano e di uomo, a cura di A. e G. Alberigo, Marietti, Genova 1986 (che riporta il discorso autobiografico tenuto all'Archiginnasio di Bologna, del 1986, commentato e annotato con una ricca messe di informazioni). Sulla fase politica del dossettismo, c'è ora a disposizione il volume di G. Trotta, Giuseppe Dossetti. La rivoluzione nello Stato, Camunia, Firenze 1996. Inoltre si rinvia al sempre utile P. Pombeni, Il gruppo dossettiano e la fondazione della democrazia italiana 1938-1948, Il Mulino, Bologna 1979, e ai più recenti V. Saba, Quella specie di laburismo cristiano. Dossetti, Pastore, Romani e l'alternativa a De Gasperi 1946-1951, Edizioni Lavoro, Roma 1996 e G. Formigoni, La Democrazia cristiana e l'alleanza occidentale 1943-1953, Il Mulino, Bologna 1996 (con notizie e documenti sull'importante aspetto della politica estera). Sono poi apparse due raccolte di scritti e interventi relativi a questo periodo: G. Dossetti, Scritti politici 1943-1951, a cura di G. Trotta, Marietti, Genova 1995 e G. Dossetti, La ricerca costituente 1945-1952, a cura di A. Melloni, Il Mulino, Bologna 1994. Gli importanti scritti sul Concilio sono ora editi in G. Dossetti, Il Vaticano II. Frammenti di una riflessione, a cura di F. Margiotta Broglio, Il Mulino, Bologna 1996. Assolutamente significativi sul piano spirituale e della riflessione sui rapporti tra fede e storia sono poi i suoi interventi dell'epoca più recente: la prefazione a L. Gherardi, Le querce di Monte Sole. Vita e morte delle comunità martiri tra Setta e Reno 1898-1944, Il Mulino, Bologna 1986 (ripubblicato in volumetto dal Centro editoriale S. Lorenzo, Reggio Emilia 1988); poi l'intervento al congresso eucaristico diocesano di Bologna del 1987, pubblicato con il titolo Per la vita della città, in "Presenza pastorale", 58 (1988), 1-2, pp. 81-138; in ultimo i testi della stagione più recente: G. Dossetti, Sentinella, quanto resta della notte? Riflessioni sulla transizione italiana, a cura di F. Monaco, Edizioni Lavoro, Roma 1994 e G. Dossetti, I valori della costituzione, S. Lorenzo, Reggio Emilia 1995.

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