Per via di un misterioso intreccio, lo sforzo di rinnovamento della cultura e della società si accompagna allo sforzo di rinnovamento della chiesa. Non a caso i momenti di svolta nella storia dell'Occidente sono stati segnati dalla nascita di profondi movimenti spirituali. Ogni crisi porta con sè il bisogno di tornare alle origini, di riscoprire le radici, di ripensare le ragioni ultime di ciò che si è e si fa. Non interessa qui stabilire se siano i cambiamenti storici a suscitare questi radicali ripensamenti o se invece siano i grandi movimenti spirituali a provocare cambiamenti profondi nella storia. Difficile che la risposta sia semplicisticamente univoca. Ma ciò che conta è assumere la consapevolezza di questo destino parallelo.
Occuparsi della chiesa non è dunque un volgere il capo lontano dalle vicende storiche, quasi a cercare riparo dai tempi difficili che attraversiamo, nè può voler dire un portare nella chiesa le battaglie civili che nella storia si combattono. Benchè storica e intrisa di storicità, la chiesa non si riduce alla sua dimensione storica e mondana. Mai, in nessun modo. E sarebbe profondamente errato pretendere di subordinarla a logiche mondane, per quanto illuminate e progressiste esse siano. Occuparsi del rinnovamento della chiesa non significa dunque voler applicare ad essa i criteri del rinnovamento della società civile. La chiesa non va ricondotta alle forme di altre società a lei esterne, ma va ricondotta a se stessa, alla sua origine, alla sua essenza.
Parliamo della chiesa, dunque. E ne parliamo perchè siamo toccati dallo spettacolo e dalla compagnia di un'umanità assetata a cui nessuno risponde, che si aggira disorientata sul baratro dell'odio. C'è sete di novità. Qualsiasi essa sia. Meglio se forte, violenta. E' sete nevrotica. Sete impazzita. C'è ansia di provare emozioni, sentimenti, passioni, dopo che tutto è già stato provato. Ansia vorace, famelica, esasperata dalla solitudine, dalla noia, dalla frustrazione, talvolta dalla povertà. Forse che le cose finite possono colmare questo vuoto? Forse che la moltiplicazione infernale di eccitazioni e violenze, di sfide alla ragione e alla morte possono colmare questa sete e questa ansia? Si pensi al mondo giovanile, alla sua inquietudine, alla sua ricerca, alle sue morti assurde per ballare il sabato la sera, alle sue violenze allucinate per il calcio alla domenica. Questo assurdo di giocare tutto, ossia la vita, su niente, non è un terribile urlo di dolore contro chi non indica cose più serie per cui vivere e morire? In questo "gettare" la vita nel buco nero di una macchina lanciata in folle corsa la notte del sabato non c'è uno spaventoso dire "sono disposto a sacrificare la mia vita per qualcosa, non volete indicarmi una buona causa? devo proprio gettarla via per nulla?" Dopo la morte di don Milani - ma come dimenticare su questo punto le parole di Bernanos e di Mounier, tra i molti altri? - chi ha compreso ancora l'attesa degli uomini, dei giovani soprattutto, di trovare cose grandi, cose infinite e non coserelle su cui impegnare la vita? E quali sono le risposte a questo urlo? Le Ferrovie dello Stato organizzano treni per il rientro sicuro dalle discoteche. Le Società sportive studiano formule assicurative per tutelare i tifosi. Le università, i gruppi, le associazioni organizzano incontri e conferenze rassicuranti sulla "vera" ricerca della felicità.
Insomma tutti pronti a rassicurare. A rassicurare chi non se ne fa nulla delle sicurezze mondane e vuol provare l'ebbrezza di camminare su di un "abisso profondo 70.000 piedi"... Ma non dovrebbe essere il cristianesimo a condurre l'uomo in questa avventura di camminare sull'abisso, privo di sicurezze mondane? a proporgli non tranquille passeggiate rassicuranti, ma durissime scalate al confine della follia e dello scandalo?
La chiesa custodisce questa possibile avventura. Per chi crede, la più straordinaria. Ma poco traspare all'esterno. E' vero, non è facile ascoltare il suo messaggio nel frastuono dell'oggi. E' vero, i suoi nemici manipolano e alterano le sue parole, ogni volta che comincia a parlare. E' vero, siamo anche noi troppo pieni di noi stessi e vorremmo sentirla parlare al modo che a noi piace. Però, riconosciamolo, talvolta quel messaggio fatica a trasparire nella logica aziendale che prevale, nella nevrosi pastorale delle commissioni e dei piani, in quella aberrazione che è l'organizzazione pianificata e informatizzata dello spirituale. Così come fatica a trasparire nelle liturgie sciatte, grigie e formali oppure sguaiate e fuori posto, nelle celebrazioni frigide capaci di annichilire congelandola ogni sensitività, ogni gusto del vedere-sentire-toccare, celebrazioni in cui solo l'innata ironia del Padre eterno consente allo Spirito di operare, qui sì "ex opere operatur". Fatica a trasparire ancora nelle trasmissioni televisive religiose in cui i calici della messa si alternano ai fustini di detersivo e le pecore del santo gregge hanno proprio voce, espressioni e movenze, tali da scoraggiare chiunque, amante della vita, volesse aggregarsi alla brigata. Fatica a trasparire negli appelli politici all'unità ripetuti all'infinito, chiosati, interpretati tre o quattro volte da mille portavoce, appelli che ogni volta sortiscono l'effetto opposto, giacchè ogni appello è salutato dalla nascita di una nuova formazione cattolica o presunta tale e già ne abbiamo quasi una decina. Fatica a trasparire nell'ossessione moralistica concentrata con fissa monotonia sulla vita sessuale, senza accorgersi che il più della gente ormai non ascolta e quei pochi che ascoltano a stento ricordano di averla ancora una vita sessuale travolti come sono dalle cose. Fatica a trasparire nell'otto per mille e nelle sue campagne propagandistiche, non perchè non si voglia pagare, ma perchè rattrista la berlusconizzazione della chiesa e già si teme che dopo lo slogan "forza Italia!" possa far capolino quello più kitsch "forza Chiesa!". Fatica a trasparire infine nella paura della libertà, nella paura di coscienze libere e responsabili, come se il disastro morale del paese non fosse nato dallo spirito imperante del "così fan tutti", cioè proprio dall'assenza di gente in grado di pensare con la propria testa e di stare con la schiena dritta.
Per questo parliamo della chiesa. E per non farci prendere la mano dalle sensazioni dell'attualità, ci facciamo guidare da qualcun altro, immerso in altro secolo, ma appassionato alla storia della chiesa, così come a quella degli uomini. Torniamo a Rosmini, alle sue "Cinque piaghe della santa Chiesa" per interrogarci sulle nostre piaghe. Cercando di far nostro il suo amore per la chiesa che gli faceva sentire come proprie quelle piaghe, ma che non smussava in alcun modo le cose crude che aveva da dire; il suo senso profondo della storia che lo portava a giustificare il passato, ma al tempo stesso ad essere esigente per un presente ormai diverso; il suo sguardo acuto sull'uomo e sul suo cuore e il senso di responsabilità nei confronti delle sue attese di salvezza.
Torniamo a Rosmini con questo numero del Margine che raccoglie gli atti del seminario di Terzolas della primavera 1993, in cui con un occhio al presente ci siamo lasciati interrogare dal testo rosminiano. La riflessione si apre con una introduzione di Paul Renner in cui si fa il bilancio del dibattito ecclesiologico a trent'anni dalla Lumen Gentium, dei tentativi e delle tentazioni di rinnovamento, dei problemi aperti e dei nodi ancora da sciogliere. Marcello Farina inizia poi l'esame delle due prime piaghe (la divisione tra Clero e laici nel pubblico culto e la insufficiente educazione del Clero) soffermandosi in particolare sul rapporto tra chierici e laici e sul ruolo del sacerdote nella società contemporanea. A partire dalla terza piaga, quella relativa alla disunione dei vescovi, Fulvio De Giorgi si interroga sull'ecclesiologia di comunione e sull'ecclesiologia gerarchica, invocando per il nostro paese un nuovo "Mosè" sulla scia del concilio. Il problema dell'elezione dei vescovi da parte del clero e del popolo, secondo il modello della chiesa primitiva, viene affrontato da Emanuele Curzel che ricostruisce il problema sul versante storico e su quello dell'attualità a partire dalla quarta piaga, quella relativa all'influenza del potere temporale nelle nomine vescovili. E infine, Pierangelo Santini e Agostino Bitteleri affrontano l'ultima piaga, quella relativa alla gestione dei beni della chiesa, sia sul piano teorico che sul piano storico, offrendo anche, solo come indicazione, un'esemplificazione del problema attraverso un riferimento locale.
Questo è solo l'inizio di una riflessione urgente che sarà al centro dell'attenzione nei prossimi anni. Nessuno può nascondersi che la profondità delle trasformazioni in atto darà inizio ad una nuova fase - almeno nel nostro paese - del modo d'essere del cristianesimo e della chiesa nella società. Ricomincia una nuova avventura.
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