IL MARGINE

IL MARGINE rivista

Alle sette del mattino, in dicembre è ancora buio e i milanesi si scaldano col cappuccio e brioche nei bar-tabaccheria col bancone di granito rosa lucido, ritmicamente pulito dalle spugnette dei camerieri. Non è una Milano da bere, di ramazzottiana e craxiana memoria, è una Milano da brividi sotto il bavero, da vapori acri metropolitani, da facce verdastre di immigrati e indigeni nell'alba incerta.

E oltre alle tabaccherie le sole luci calde di questo precoce mattino ambrosiano vengono dai chioschi dei giornali, con le colonne pericolanti degli inserti colorati: i quotidiani sono come il Dixan, è l'omaggio che conta, più che la virtù del detersivo (o della cronaca). Il Palazzo di Borrelli & Di Pietro, in corso XXII Marzo, è ancora deserto: gli scaloni di marmo bianco, sporco di suole smog e snebbiature. "Iustitia", proclama il frontone del tempio di era fascista.

E se sbucate un minuto dopo le otto in piazza della Scala, Palazzo Marino è livido come ai tempi di Pillitteri e di Borghini, si vede che Formentini non ha cambiato l'umore dei ghisa che montano svogliatamente la guardia. E nemmeno dei tassisti.

Però può capitarvi la Visione: uno degli uomini più potenti d'Italia (d'Europa), l'Enrico Cuccia di Mediobanca, stratega e alchimista dell'alta finanza italiana, attraversa via Hoepli a passi fitti e leggeri, ingobbito in un lodenino blu, il cappello elegante in testa, lo Herald Tribune (se la vista non inganna) sottobraccio. Il Potere, il Danaro astratto e vieppiù onnifacente, si raggrumano lì dentro, in quei cinquantacinque chili di cervello, in quelle mani che si immaginano nervose e prelatizie, in quello sguardo che sfugge gli sguardi e non si distrae ad accarezzare i muri ferrigni del palazzo della Banca Commerciale. Ha 87 anni, il Vecchio, che ha pilotato indenne sessant'anni di capitalismo italiano, tra Pubblico e Privato, tra inchieste e riverenze, tra arroganze e silenzi. "Uomo assolutamente schivo e riservatissimo - si legge in uno dei Chi è dell'economia - ama leggere libri di mistica e di filosofi cattolici".

Quante cose ci potrebbe spiegare, il Vecchio che non parla! Quanti misteri rivelare, dell'Italia della finanza equilibristica e del debito voragine! Forse è questo che ci pesa di più, di quel silenzio: l'essere privati delle chiavi per capire come il Potere della partitocrazia si è intrecciato con il Potere delle banche. Per chi ha cuore la democrazia, per chi non vuole affidare il destino ai plutocrati, quel silenzio pesa. E così al Vecchio, minuto come un fantino, deve pesare la stellare solitudine, l'inarrivabile leggerezza del suo incedere muto in piazza della Scala, alieno alla città già stanca della sua prima ora di traffico rauco.

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La sera prima, quasi una catacomba in via Pinturicchio. Quaranta persone (qualcuno arrivato da Bergamo) a parlare di Rosa Bianca, della resistenza fino all'effusione del sangue. La parrocchia ha un nome solenne stonato col tempio e con i paraggi: San Giovanni in Laterano. Nulla di vaticanesco nella sala riunioni, mimetizzata in un condominio dignitosamente deprimente. Don Angelo pubblica un bollettino verde, povero. Da una "casa quarto piano sottotetto" si rivolge al gregge dei lateranensi: "Vorrei scrivere al Papa e ai Vescovi. Ma non ho il titolo per farlo: sono un prete qualunque, un semplice prete. Anche il ?don', con cui a volte mi si chiama, spesso mi pesa per quel tanto di spagnolismo che vi rimane intriso".

Siamo finiti dai lateranensi perché la parrocchia sul corso, quella con la chiesa più luccicante e la sala convegni più luminosa, non ha voluto la Rosa Bianca. Motivo ufficiale: uno dei relatori era un politico. Poco importa che fosse annunciato come un consigliere comunale e basta, senza etichette. Il partito non è quello giusto e a Milano si chiacchiera, guai a offendere le sensibilità del sottobosco curiale, guai a insidiare surretiziamente il dogma non scritto dell'unità politica dei cattolici. Anche se i cattolici ormai sono usciti dal recinto, anche se altre tende li hanno accolti, anche se altre tende sono state, col contributo dei cattolici, innalzate.

Lo splendore della verità si appanna anche di queste piccole grigie ignavie metropolitane, di questa voglia soffocante di vivere tranquilli, di non turbare il sonno della maggioranza silente. La Rosa Bianca è storia di minoranza, anche nella Chiesa, nelle loro chiese. Studenti che hanno sfidato il Führer senza aspettare la benedizione dei vescovi o dei dottori luterani, senza la protezione di un cappellano, di un pope o di un pastore. Lo status, negli snodi dolorosi della storia, il più delle volte fa velo alla profezia, alla santa impazienza, al biblico coraggio.

"Quale chiesa? - scrive don Angelo, anzi Angelo il prete, ai lateranensi di Città studi - Una chiesa sotto la Parola o sopra la Parola? Una chiesa - diceva un giorno il nostro arcivescovo, raccontando i suoi sogni per il futuro - che parla dopo aver ascoltato, solo dopo aver ascoltato... Mi succede a volte di pensare che non si è forse mai nella storia tanto parlato, come chiesa, quanto oggi: parliamo, scriviamo, un documento scaccia l'altro, li rincorriamo solo per titoli, né basterebbero le ventiquattro ore della giornata a consumarli. Consumiamo altrettanto tempo ad ascoltare? E dove oggi i luoghi dell'ascolto delle vicende umane, quelle che segnano le case? Dove i luoghi dell'ascolto della vita vera? Dove i luoghi in cui ci si parla con il cuore?".

E così anche il prete Angelo sogna (mica è una prerogativa dei vescovi, sognare!): "E io a sognare e ad augurarmi che il Papa e i Vescovi salissero un giorno - quale grazia! - alle case del quarto piano, sotto i tetti, e sedessero magari sulla stuoia, dalla quale gli sguardi si incrociano alla pari. E il sogno, l'augurio non aveva - così mi sembrava - nulla, proprio nulla di irriverente: non sedeva forse così anche Gesù tra i discepoli? Lui il solo cui è dovuto il titolo di Maestro".

A pensarci, il prete Angelo, piccolo padre, piccolo maestro, deve pesare suppergiù come il Vecchio delle Banche. Anche lui è un po'curvo e parla sottovoce. Solo la giacca è meno inglese, più sdrucita. E poi sembra solo, ma nello stesso tempo meno solo. E forse appena appena più leggero. In via Pinturicchio, al numero 35, tra i suoi lateranensi di buona e cattiva volontà.

* * *

La Rosa Bianca ci ha portato anche fino a Roma. In un'ora di promenade tra i santuari del Potere, abbiamo identificato Elena Marinucci, Gustavo Selva e Giulio Di Donato sorridente: poi si è letto che la giunta per le autorizzazioni a procedere aveva votato l'o.k. al suo arresto, decisione poi bocciata in aula. I poliziotti a cavallo hanno mantelli raffinati, in piazza Navona: non si prendono neppure la briga di nitrire ai disoccupati in corteo davanti Palazzo Madama. E in piazza San Pietro gli "itagliani" medi importunano studentesse nibelungiche e governanti filippine, strafregandosi del Progresso litigioso e del Centro double-face. C'è una classe politica di anime morte che si vaporizza davanti ai nostri occhi increduli, non ancora adusi al repentino collasso di fortune e glorie. Bisognerà pure colmare il vuoto rarefatto della rappresentanza, trovare intelligenze non ancora marcite da mandare in avanscoperta. Evitare che Sansone e i suoi adepti travolgano nel loro crollo enfatico anche il silenzio degli innocenti, la pazienza sfinita degli umili. Evitare che il Cavaliere della Patria inganni il popolo col suo sorriso teletrasmesso.

Scavarsi dunque trincee, avamposti, catacombe: piccole isole, piccola resistenza, piccola politica. Piccole riserve di sdegno, incompatibilità, memoria, sudore.

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