La fede non brilla, brucia
Vorrei riuscire, in questo articolo, a far comprendere come la fede di Mario Pomilio sia un itinerario sofferto, una ricerca continua e mai appagata. Scrive infatti in uno dei suoi ultimi romanzi: "La fede non brilla, brucia". Così sembra essere la sua fede, un fuoco che arde di continuo, che non riesce a spegnersi per i troppi interrogativi che lo alimentano.
Mario Pomilio è lo scrittore della speranza cristiana, della risurrezione sempre attesa del Cristo nell'animo di ogni uomo. Pomilio stesso nasce come scrittore nel momento in cui scopre e sente viva la carità cristiana negli esseri umani avvertendo quali valori essa contiene. Tale scoperta sconvolge la sua visuale del cristianesimo e fa emergere contemporaneamente in lui esigenze ed interrogativi rimasti troppo a lungo repressi.
La vita di Pomilio è segnata da momenti diversi. Cresce in un ambiente cattolico tradizionale vivendo una tranquilla adolescenza religiosa, turbata solamente da alcune critiche contro il moralismo e il precettismo che connotavano la Chiesa del periodo. Intorno ai vent'anni "all'urto delle problematiche e delle filosofie laiche del nostro tempo" e per effetto della militanza in un partito eminentemente laico qual era il Partito d'Azione lo scrittore conosce, prima, la crisi religiosa e, poi, il distacco. Mario Pomilio, in quel periodo, si definiva:
Ma il distacco non fu né totale né definitivo. In un'intervista concessa pochi anni prima della morte Mario Pomilio dichiara:
dal religioso più che di assenza del religioso entro di me. Prova ne sia la mia durevole predilezione di lettore, anche in quegli anni, per gli scrittori a forte caratura problematica e spirituale e dove il dilemma o l'interrogazione metafisica erano prevalenti.
Verso i trent'anni Pomilio recupera il fattore religioso che gli permette di sbloccare la sua vena creativa. Pomilio non ama parlare di "conversione" perché è un itinerario troppo lungo, complesso e travagliato, come ci dimostra tutta la sua arte. I suoi romanzi, che trattano dei grandi temi che assillano l'uomo di ogni tempo (dolore, morte, sofferenza, giustizia, libertà, ecc.), sono pervasi da un'esigenza di Assoluto.
Storia e Assoluto
Nell'opera di Pomilio si ravvisano tre momenti fondamentali che indicano la tensione dello scrittore verso l'Assoluto. Nel primo gruppo di romanzi prevalgono interrogativi religioso-esistenziali (è il bisogno di Dio); segue la svolta verso tematiche etico-politiche e l'attenzione al disagio esistenziale dovuto alla perdita di valori di riferimento (in questa fase c'è l'assenza di Dio); negli ultimi romanzi domina invece la riflessione religiosa. Dio finalmente è presente nella vita, nella storia dell'uomo. Non è però una presenza pacificata all'interno del contingente storico, ma è una fede problematica che non concede riposi morali. E' un percorso travagliato, connotato da ritorni continui, quello intrapreso dallo scrittore; un percorso che disegna fino in fondo i suoi dubbi, le sue ansie, i suoi interrogativi a cui non riesce a dare risposte definitive.
Pomilio è stato definito dalla critica "confessore d'anime" per la sua capacità di indagare nel profondo dell'uomo, di scrutare fin dentro le pieghe dell'essere. Nei confronti della storia e di fronte agli interrogativi dell'essere, vibra nella narrativa pomiliana un pessimismo cristiano in cui la polarità positiva è costituita dalla tensione dell'uomo in continua ricerca, in un continuo interrogarsi sull'uomo come valore, sul perché del male e del dolore della storia. L'uomo è visto in tutta la sua complessità di essere, nel suo mistero, nella sua pluridimensionalità, nelle sue problematiche. Ecco che la narrativa pomiliana risulta essere un dibattito di idee e di coscienza nell'individuo e nella storia; in una storia problematizzata, dove la tensione religiosa introduce un "coefficiente di inquietudine" portandovi una disposizione all'inappagato, al non conciliato.
L'arte di Pomilio è di natura esistenziale e quindi religiosa, ma è una religiosità tutta calata nella storia. Le sue opere oscillano tra Storia e Assoluto dove il punto di partenza è la storia nella sua realtà problematica che cerca disperatamente un approdo, una soluzione religiosa. La storia pomiliana ha perciò bisogno della presenza del divino; essa non può essere sentita come spazio per accadimenti senza significato ma, appunto, come luogo di una presenza del divino. In tutta l'opera di Pomilio c'è il bisogno di spiegare la storia dell'uomo in dimensione religiosa attraverso la ricerca della Parola che si invera nella storia. Ma di fronte alla sofferenza dell'uomo, dove nemmeno la fede in Cristo riesce ad abolire il dolore, questa ricerca sembra arrestarsi. La marcata inquietudine religiosa, l'ansia di verità che non si appaga giunge a ipotizzare una debolezza di Dio nella storia.
Dio o il nulla
In alcuni dei suoi romanzi Dio appare incomprensibile, lontano dagli avvenimenti quotidiani, sordo agli appelli e al dolore dell'uomo, ma non sempre il Dio pomiliano è lontano, non sempre appare così inavvicinabile. Ed ecco pagine intense, febbrili dove quel Dio si avvicina, basta solo che il cuore rimanga aperto all'ascolto; è un Dio così solidale con l'uomo da condividere ogni cosa con lui, perfino le sofferenze, le umiliazioni più crudeli. Nei romanzi di Pomilio c'è questa alternanza: un Dio inattendibile, sordo e crudele ai richiami dell'uomo, un Dio che ha la terribilità dell'Antico Testamento, che incute timore invece di infondere amore e che induce l'uomo a sentire un cielo spento e disabitato. E' la fase in cui Pomilio sente solo l'assenza di Dio, ma che presenta comunque degli interrogativi che lo scrittore non riesce a sopprimere:
Se Pomilio disegna, a tratti, cieli irreparabili, ecco che repentinamente, con i romanzi successivi, cambia registro e presenta il Dio d'Amore, il Dio pietoso e misericordioso, il Dio sempre pronto a tendere le mani ad ogni essere umano. Sono ripensamenti dell'uomo Pomilio? Vive dentro la dualità che presenta nei suoi romanzi? C'è questa alternanza continua tra il bisogno, che si trasforma sempre più in esigenza esistenziale, di sentire Dio nella storia dell'umanità e l'assenza del divino che rappresenta il momento più drammatico, la disfatta dei protagonisti pomiliani, inadempienti per l'assenza dal religioso nella loro vita, per il rifiuto di Dio? In Pomilio è così. Dopo un primo accorgersi del bisogno che l'uomo ha di Dio, c'è il rifiuto, si torna indietro, si percepisce, di Dio, solo l'assenza. Ma l'ultimo Pomilio riscopre i Vangeli, sente Dio nella storia dell'uomo, Dio è finalmente presente, è accanto all'uomo.
Pomilio, in alcuni racconti centrali della sua arte, disegna la crisi dell'uomo contemporaneo, disancorato da precisi riferimenti di tempi e di luoghi, situato in un vero e proprio vuoto di salvezza e di speranza dove la fede si limita ad essere esclusivamente l'esigenza della paura e della scaramanzia e l'uomo si vede cadere nella solitudine, nel vuoto esistenziale e morale, nell'insignificanza della vita che altro non è, come suggerisce Ferdinando Castelli, se non
demonstratio per absurdum del bisogno che l'uomo ha d'una metafisica, d'una fede religiosa e di taluni valori fondamentali; senza ciò la nostra esistenza si rattrappisce fino a diventare oggetto di puri stimoli, per essere infine inghiottita dal nulla. Con questa verità è inutile barare. Il discorso sul dissesto, come l'ha presentato Pomilio ha due sbocchi possibili: Dio o il nulla. Green o Beckett. Pomilio ha optato per Dio ed ha vergato Il quinto evangelio [...].
La radice del disordine e del dissesto morale dell'uomo, rappresentato dallo scrittore in questi ultimi racconti, è da ricercarsi nella mancanza di un rapporto con Dio, nella stagione di crisi e di ripensamento vissuta dall'autore. Ma dopo questo periodo in cui Dio è stato relegato nei suoi silenzi impenetrabili Pomilio sente il bisogno di verificare la possibilità di un recupero del divino da parte dell'uomo.
Prima del ripensamento Pomilio aveva già avanzato questa ipotesi ma non si era mai concretizzata perché egli era succube di un rigorismo morale e dottrinario che privilegiava la concezione del peccato. La soluzione sarà data dalla scoperta dei Vangeli e quindi della figura del Cristo, del Dio diventato uomo, che si è calato nel tempo facendosi tramite di riconciliazione e di contatto tra l'uomo e Dio. Nei romanzi di questo periodo, soprattutto ne Il quinto evangelio, troviamo Cristo, il suo messaggio e il concetto salvifico, che Pomilio identifica con il pulsare continuo del Vangelo nella storia. Il Vangelo si fa continuamente storia ma non viene assorbito dalla storia, non si lascia soffocare o ignorare. Pomilio sente che il problema dell'uomo di tutti i tempi è quello di conciliare la caducità della storia con le esigenze di Assoluto che fermentano nell'animo umano. La Storia e l'Assoluto affascinano lo scrittore, ma allo stesso tempo lo mettono in difficoltà perché non riesce a conciliarli. Per molto tempo lo scrittore si sente su due linee, su due fronti diversi che non riescono ad incontrarsi. Nel frattempo però ha inizio il pontificato di Giovanni XXIII che rappresenta per lo scrittore un evento eccezionale. Afferma infatti:
C'è poi il Concilio ecumenico Vaticano II da dove giungono risposte innovative come il ritorno al Vangelo; è la garanzia che la fede non si è sclerotizzata. Pomilio ha il bisogno di meditare sulla Parola e di confrontarsi con l'origine della fede. Egli sente che la Parola è "viva, interpellante, penetrante, esigente. La Parola esige di essere ?agita', attualizzata nelle sue proposte, esplicitata quindi nella sua verità". In un saggio del periodo Pomilio scrive che
Profeta, nel retto senso, è qualcuno che prolunga nella storia la rivelazione della Parola. E che altro sono il Cristianesimo e la Chiesa, ridotti alla loro nuda essenza, se non appunto questo? In che altro consiste l'essere cristiani se non nel farsi, ciascuno nel proprio ambito e secondo i carismi che gli sono concessi, un testimone della Parola? Cos'altro caratterizza la situazione del cristiano se non il suo singolare rapporto con il Vangelo? Né ciò, sia ben chiaro, esclude il cristiano dalle culture, al modo stesso che non lo esclude dal mondo e dalla storia, lo vuole anzi al servizio del mondo e della storia secondo la concretezza insita nella Parola, ma con un modo d'essere, un suo proprio spessore [...].
Dove Dio si lascia incontrare
Per Pomilio quindi ogni uomo con le proprie ansie e con i propri dubbi è chiamato a scrivere un suo Vangelo, quindi il Vangelo è parola che si scrive continuamente e per questo Cristo vive in ogni tempo. Ciascuna generazione deve aggiungerne una parte con la propria testimonianza. Emerge così la consapevolezza che Dio è presente nella storia attraverso la sua Parola. Dopo tanto cercare ecco quindi che Pomilio trova un approdo, una mèta tanto agognata, ma questo non lo acquieta. "Nell'uomo interiore" sosteneva Agostino "abita Dio". E a questa conclusione mi pare giunga anche Pomilio. Dopo averlo cercato ovunque sente che Dio lo si deve cercare nell'uomo.
Il compito del cristiano allora consiste nel darne testimonianza perché il "Verbo è l'essere che si incarna nel contingente e cerca un avallo" e questo lo può trovare solo nell'uomo che si fa suo testimone. Ma non è compito semplice quello che Cristo ha assegnato all'uomo. Pomilio però ci avverte che:
Se i Vangeli sono l'utopia del possibile sono anche "la mèta dove Dio si lascia incontrare". Ma se Dio si lascia incontrare nel Vangelo allora Egli è presente in tutti i tempi. Pensare che la "Parola è senza fine" sconvolge l'essere umano. Questo mette a repentaglio la visione che Pomilio ha del cristianesimo ed infatti fa dire ad uno dei suoi protagonisti:
Il cristianesimo si va configurando in Pomilio come una religione aperta che "si riverifica a contatto con la storia. Prova ne sia il fatto che il "Vangelo è l'unico libro che non è mai diventato un classico. E' continuamente nuovo, lo possiamo fare continuamente nostro". Si configura la doppia tensione del cristiano:
Il Vangelo si pone come alternativa alla desolazione della contemporaneità. Nel Cristo ritrovato in Pomilio si vanifica, si supera il concetto del Dio lontano e terribile, del Dio iroso che si affaccia dai suoi "cieli inattendibili" solo per dare all'essere umano una legge troppo pesante, una legge che la debolezza umana non riesce ad applicare e che aveva rappresentato la remora di Pomilio ad un approccio più convinto al cristianesimo. Ma dal momento in cui Pomilio riscopre il Vangelo esso viene assumendo il valore di una spinta propulsiva per la revisione spirituale, per la mobilitazione delle coscienze, per il recupero di un'esistenza che non sia immobile, per la capacità di tenere aperto il versante della problematicità. Su questo è inutile barare perché:
Le risposte di Pietro
Per Pomilio il compito del cristiano è la tensione morale, il rifiuto del riposo morale. Egli vede in Cristo colui che non è venuto a fondare una legge ma un modo d'essere in tensione nei confronti di qualsiasi legge perché Cristo, con la sua presenza, ci invita alla mobilitazione della coscienza. Se Pomilio trova nei Vangeli delle risposte, vi trova pure di che rimanerne sgomento. Le affermazioni di Cristo creano inquietudini: "Chi vuol venire dietro di me rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua". Ma chi è Cristo per esigere tanto? Egli stesso chiede ai suoi apostoli: "Ma voi chi dite che io sia?" Gli evangelisti, dice Pomilio, non tramandandoci una verità già definita non hanno bloccato la fede su una risposta certa ma hanno consegnato gli uomini a un destino di eterni interroganti. Nei Vangeli però, almeno una volta, una risposta certa a questa domanda c'è, è quella di Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente". Ma Pomilio ci dice che tra la domanda e la risposta vi è uno spazio immenso, lo spazio del mistero, il luogo dell'interrogarsi del cristiano. Pomilio annota che mentre solitamente gli evangelisti ci fanno intuire chi è Gesù solo attraverso le sue parole ora questo compito di definire l'identità di Gesù è affidato a un uomo, Pietro. Questo fatto straordinario ha indicato nei secoli la condizione del cristiano e del modo d'essere nella fede. Anche l'uomo di oggi incontra questa domanda, anch'egli è chiamato a rispondere diffidando della fede facile, degli atteggiamenti passivi. Pomilio fa dire a un suo personaggio che Cristo per come ha voluto la trasmissione del suo messaggio non ci ha dettato una verità ma ci ha lanciati in un'avventura che è il corrispettivo della libertà dell'uomo. La condizione del cristiano, disegnataci da Pomilio, è quella di Pietro: confessare e rinnegare il Cristo. Infatti poiché Egli non è venuto per darci certezze, ma per proporci un modo d'essere nella fede, vi è anche la possibilità del dubbio e del rinnegamento:
In Pietro, uomo come tanti, c'è l'essenza della Chiesa, quella eroica e quella peccatrice, quella che alterna fedeltà e rinnegamento, una Chiesa a misura d'uomo. Pietro, l'uomo di ogni tempo, si interroga su chi sia Cristo, sul perché della sua venuta, perché per salvare gli uomini abbia scelto una via così assurda. Ne emerge però solo il mistero.
Pomilio ha cercato di rispondere con i suoi continui interrogativi. Paolo Giuntella, in un articolo pubblicato su Il Mattino nei giorni successivi alla morte dello scrittore definisce Mario Pomilio
fides non cogitata non est fides". La fede non "pensata", non ruminata, non sottoposta alla verifica del dubbio non è fede.
La fede non è un rifugio teoretico ma è il luogo dove fermentano tensioni, perplessità e interrogativi. Pomilio vede "la condizione del cristiano come fatta di tensioni, tutta attraversata da interrogativi, da impazienze, da inquietudini". L'opera di Pomilio è sempre alla ricerca delle motivazioni per cui credere e i suoi personaggi riflettono gli interrogativi dello scrittore, essi sono in continuo movimento, sempre inquieti, interroganti, mai appagati o conciliati.
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