La questione religiosa è stata determinante nelle recenti elezioni americane per la rielezione del presidente George W. Bush alla Casa Bianca. Al candidato repubblicano ha dato il suo sostegno la maggioranza (il 61%) di chi va regolarmente in chiesa o in sinagoga ogni settimana (negli Stati Uniti i praticanti sono il 41% della popolazione e degli elettori); la maggioranza dei cattolici (il 52%) che ha preferito il metodista Bush al cattolico John F. Kerry; la maggioranza dei protestanti (il 59%); ma soprattutto la stragrande maggioranza (il 78%) dei cristiani born again e degli evangelical bianchi, che sono 80 milioni e rappresentano da soli quasi un quarto dell'elettorato americano. Intervistati all'uscita dei seggi, il 22% degli elettori ha indicato come questione determinante nella decisione di voto la difesa dei cosiddetti "valori morali". E per questo ha scelto Bush.
La maggioranza dei cristiani, credenti e praticanti, s'è quindi schierata in maniera netta dalla parte del candidato repubblicano, nonostante la guerra in Iraq, i 1.300 morti americani e le decine di migliaia di morti iracheni, l'uso ad oltranza della pena di morte, la strenua difesa della libertà di vendita e di possesso di armi, il rifiuto degli accordi di Kyoto e di qualunque limite all'emissione di inquinanti nell'atmosfera, l'aumento di aborti sotto la presidenza Bush per il taglio di aiuti alle ragazze madri, il non riconoscimento del ruolo e dell'autorità delle Nazioni Unite e della comunità internazionale, l'impoverimento della classe media e soprattutto degli strati più deboli della popolazione e delle minoranze.
Perché questo? Come mai l'elezione del presidente di un Paese nel pieno di una pesante crisi economica e invischiato in una guerra di cui non si vede via d'uscita, è stata vissuta dalla maggioranza degli americani come una crociata sui valori?
Il quotidiano cattolico Avvenire ha parlato di "rinascita del cristianesimo" e ha salutato positivamente la mobilitazione organizzata dei gruppi evangelical a sostegno di Bush come «il ritorno della centralità della religione nella società americana». È così? Cosa sta avvenendo veramente negli Stati Uniti e che influenza avrà tutto questo su di noi, sull'Europa, sul mondo intero?
La rivoluzione conservatrice
Gli Stati Uniti sono un Paese profondamente religioso, nato su fondamenta religiose. L'85% degli americani afferma nei sondaggi di ritenere la religione importante nella propria vita, e il 70% vuole come presidente «un uomo timorato di Dio e di forte fede». Anche se i padri fondatori, James Madison e Thomas Jefferson, hanno posto come principio guida la separazione fra stato e chiesa, la religione è stato l'elemento propulsore della democrazia americana, come si evince dalla stessa Dichiarazione d'Indipendenza. In America il senso religioso è l'elemento che crea comunità. Ogni significativa riforma, compreso il movimento dei diritti civili o la lotta alla schiavitù, ha avuto profonde radici religiose. Storicamente non c'è sindacato o altra realtà sociale e politica così incisiva nella società americana come le chiese.
Negli ultimi vent'anni si è verificato uno spostamento in senso fortemente conservatore e fondamentalista di questa carica religiosa degli americani. Vi è stata come una reazione a quanto avvenuto negli anni Sessanta e Settanta, alla forte perdita di identità e di sicurezze della generazione successiva a quella dei baby boomers, unito ad un profondo disorientamento seguito alla rivoluzione femminista e alla liberalizzazione dei costumi, al diffondersi dei diritti civili dell'individuo, alla globalizzazione e alla forte immigrazione. Oggi i figli del benessere degli anni Sessanta stanno peggio dei loro genitori. Hanno stipendi più bassi. Svolgono lavori più precari. Non sono sicuri di poter avere una pensione decente quando saranno vecchi, e se si ammalano rischiano di essere senza copertura sanitaria sufficiente per far fronte agli imprevisti. È la generazione del dopo Vietnam, che ha perso le sue sicurezze e la sua identità, ed è in cerca di valori forti, di certezze, di rassicurazioni. Mai come oggi gli americani avvertono il bisogno della religione come sicurezza di vita e saldezza di principi, in un mondo globalizzato che da un giorno all'altro cancella milioni di posti di lavoro, trasferendoli altrove. Oggi l'America è un Paese che non ha più una maggioranza etnico-culturale che dà un'identità nazionale, ma è un insieme di minoranze (vedi il libro di Samuel Huntington Who are we?, di prossima uscita anche in Italia).
La forza di George W. Bush, la forza dei repubblicani, è stata quella di aver capito questa trasformazione profonda dell'America, questo bisogno di essere rassicurati, ed averlo tradotto in temi politici. Qui nasce l'agenda del presidente: lotta agli immigrati che portano via il lavoro, libertà di possesso delle armi per difendersi, odio verso i gay e le femministe che sovvertono l'ordine morale, avversione verso tutto ciò che sa di intellettuale, di snob, di francese, forte riarmo per tornare ad essere i primi nel mondo e riconquistare il primato morale della difesa della libertà.
La mobilitazione della maggioranza silenziosa
Il secondo fattore della rivoluzione conservatrice americana è stata la mobilitazione di questa "maggioranza silenziosa". Fu Ronald Reagan il primo a capire che c'era un malessere profondo nella società americana, che poteva essere organizzato politicamente. Ma fu Pat Robertson, il potente telepredicatore, proprietario della catena televisiva "Christian network", autentica superpotenza mediatica, a trasformare negli anni Ottanta la rabbia silenziosa in lobby stabilmente organizzata, in grado di influire la politica e risultare determinante al momento del voto. Le organizzazioni della Christian Coalition cominciarono a sondare la gente, a farsi elencare i valori in cui credevano, ad individuare le loro paure, i loro bisogni di rassicurazione. E soprattutto costruivano enormi database di indirizzi e recapiti telefonici, continuamente aggiornati, che risulteranno poi fondamentali al momento del voto. È lì che è nata la falange della destra cristiana. Così, temi come l'aborto, le cellule staminali, la lotta alla pornografia, i matrimoni gay, la preghiera pubblica a scuola, il creazionismo contrapposto al darwinismo, la difesa della bandiera sono diventati centrali dell?agenda politica, oscurando questioni come le politiche sociali, i diritti delle minoranze, i fondi per la salute e l'istruzione, la difesa dell'ambiente, il mantenimento del sistema pensionistico, la pace e una maggiore equità sociale, la lotta all'Aids e alla fame nel mondo.
Motore di questa rivoluzione conservatrice sono le chiese evangelical, che dispongono di decine di Tv e quotidiani, centinaia di radio e di riviste, hanno scuole ed università nel Paese che instillano nel loro popolo e in milioni di altre persone un cristianesimo aggressivo, dedito ad una guerra religiosa sotterranea contro i cattolici, i musulmani, gli ebrei. Tutto il Sud e il Midwest, dal North Dakota all'Alabama, dalla Florida al Texas sono i loro feudi. Coprono i 4/5 del territorio federale e costituiscono un fondamento del bushismo. Netta è la contrapposizione con l'altra America, quella urbana, che vive sulle due coste, più esposta allo scambio culturale con l'Europa e il resto del mondo, che teme il mandato affidato alla politica di stabilire qual è il bene morale. Il popolo evangelico disprezza Washington, New York, Boston, le roccaforti del liberalismo, e individua in Hollywood la moderna Gomorra. Prima ancora che una divisione politica, vi è una divisione di interpretazione della volontà di Dio. Prima che uno scontro fra due diverse linee politiche, vi è una contrapposizione fra due idee di America e di ruolo da giocare nel mondo. Un tempo si diceva che l'America era divisa in tre gruppi religiosi: protestanti, cattolici ed ebrei. Oggi la divisione religiosa è fra conservatori e progressisti. La dimostrazione si è avuta quando una parte dei vescovi cattolici si è schierata pubblicamente contro il candidato cattolico John Kerry per le sue posizioni liberali su aborto e cellule staminali, scomunicandolo e indicando come "peccato mortale" un voto a suo favore.
God, gun, gay
La geniale intuizione di George Bush, ma soprattutto del suo stratega della campagna elettorale Karl Rove, è stata quella di usare la religione e la difesa dei "valori morali" come testa d'ariete per scardinare lo schieramento avversario e portarlo alla disfatta. Bastava mobilitare questa America profonda contro l'altra, galvanizzare l'America cristiana contro quella liberal, l'America repubblicana contro quella democratica, e il gioco era fatto. Così Bush ha lanciato la sua crociata di difesa della "moralità del Paese", chiamando a raccolta gli elettori attorno ad un obiettivo chiaro: rimettere un forte credo religioso al centro della politica e della società americana. Era l'unico modo per vincere una campagna elettorale difficile, in bilico, con forti problemi di politica interna sul tappeto e una lista di pesanti fallimenti, non solo di politica estera, nei quattro anni di amministrazione Bush. Occorreva mettere tutto questo in secondo piano, oscurarlo da un coinvolgimento emotivo più forte. Così è stata giocata la carta della paura, della difesa dai nemici. Paura del nemico esterno, il terrorismo. E paura del nemico interno, che minaccia la tenuta della società, i liberal. Ecco quindi la grande battaglia. Le tre magiche "G": god, gun, gay. Su questa piattaforma, Karl Rove ha portato alle urne quattro milioni di evangelical e di cristiani conservatori che nel 2000 non si erano recati a votare, in parte perché di solito non votano (come gli amish); in parte perché disturbati dall'arresto di Bush nel 1976 perché colto a guidare in stato di ubriachezza. L'asso nella manica si è rivelato il referendum sui matrimoni gay, che si è tenuto in undici stati contemporaneamente alle elezioni presidenziali. In tutti gli undici stati la popolazione si è espressa a stragrande maggioranza contro il matrimonio di persone dello stesso sesso, e questo si è rivelato un ottimo volano a favore di Bush in molti stati incerti nel risultato elettorale finale.
L'abilità del presidente è stata quindi di aver saputo trasferire il giudizio sulla sua politica (fallimentare) in un giudizio sulla sua battaglia ideale (di alto coinvolgimento emotivo) e sulla sua persona (che richiede fiducia e totale dedizione, non ragionamenti). Ha saputo trasmettere un'immagine di condottiero che combatte la difficile battaglia contro il nemico esterno (i terroristi identificati nel volto di Saddam Hussein) e nello stesso tempo contro i nemici interni ai valori americani (identificati nel volto di John Kerry).
La crescita del fondamentalismo
Se l'aspetto religioso è sempre stato presente nella storia degli Stati Uniti, spesso fermento e motore della società americana, quanto è avvenuto in queste elezioni segna una svolta, che influenzerà assai la politica americana e del mondo intero per parecchi anni. Il blocco conservatore uscito vincitore dalle elezioni, infatti, ha inteso il plebiscito a Bush come un mandato per cambiare alle radici il modello culturale americano e mettere in atto un'agenda politica "teocratica": nominare nei quattro, forse cinque, posti di giudice della Corte Suprema che si libereranno durante il secondo mandato persone rigidamente conservatrici sui temi morali, dalla bioetica al matrimonio gay; ingaggiare una battaglia culturale contro Hollywood per arrestarne l'influsso sui costumi morali; abolire la teoria evoluzionista darwiniana nelle scuole per reintrodurre il creazionismo; dichiarare l'aborto fuorilegge; reintrodurre la preghiera obbligatoria nelle scuole; combattere i nemici della libertà e della democrazia nel mondo.
Negli Stati Uniti è ormai convinzione diffusa che la politica debba essere il braccio secolare della religione, lo strumento per imporre per legge il bene morale. E a sua volta, la religione deve essere sostegno della politica. Perché solo se vi sono convinzioni religiose e morali forti, si è disposti a uccidere per la libertà del proprio Paese e a combattere contro l'Impero del male. Solo se si sa dove sta il bene e dove sta il male è possibile avere la forza per vincere. La salvezza dell'anima dell'America è quindi affidata alla politica, e la politica può fare questo solo seguendo i dettami della religione.
La crescita del fondamentalismo cristiano negli Stati Uniti ha un'immediata conseguenza sul piano dei rapporti internazionali. Questa identificazione del bene morale con il modello occidentale, della croce con la spada, della difesa della libertà e della democrazia con l'esercito americano che rade al suolo Falluja, se consente all'elettorato di Bush di sentirsi moralmente a posto ed anzi giustificato da Dio («Dio ha dato all'Iraq il diritto di essere una democrazia», ha detto il presidente, «Quindi dobbiamo eseguire la volontà di Dio»), in realtà prepara il terreno per lo scontro di civiltà. Infatti rappresenta la raffigurazione ideale degli estremisti islamici per aizzare le masse musulmane contro l'Occidente e i nuovi crociati, contro il loro Dio in nome del proprio Dio. Ammantare di giustificazione religiosa l'invasione e la guerra rischia di trasformare il conflitto in Iraq in un immane conflitto mondiale, in uno scontro senza fine dove ciascuno combatte in nome del proprio Dio e dell'imposizione della propria visione di bene.
L'Europa fragile
Di fronte a questo montare del fondamentalismo cristiano occidentale in America, che si contrappone a quello islamico, l'Europa rischia di diventare facile terreno di conquista per entrambi. La fragilità valoriale che sta vivendo l'Europa e ne ha corroso quasi nichilisticamente le fondamenta, l'eclissi della religione e la "morte di Dio" può fare di essa un suolo fertile per la penetrazione degli opposti fondamentalismi, e un successivo campo di battaglia, senza essere più in grado di opporre gli anticorpi che la tradizione cristiano-democratica ha saputo mettere in circolo per tutta la seconda metà del secolo scorso. Lo svuotamento di idealità e di spiritualità dell'Europa da una parte, favorita da un fondamentalismo laicista altrettanto e forse ancor più pericoloso di quello di matrice religiosa, e il venir meno dall'altra della profonda lezione della laicità della politica, specie di quella di ispirazione cristiana, rendono l'insidia del «Gott mit uns» una minaccia pericolosissima per l'Europa stessa e il mondo intero. Sirene in tal senso, per ridurre la religione ad un ruolo ancillare di cemento ideologico per il principe e la sua politica, si sono già sentite in Italia dopo le elezioni americane. Atei devoti come Giuliano Ferrara e Marcello Pera hanno subito capito la forza "politica" di un uso della religione per compattare le proprie schiere e sconfiggere l'avversario. Non è detto che non sia proprio questa la carta politica che Silvio Berlusconi si giocherà nel 2006 per coprire cinque anni di insuccessi politici e di fallimenti di programma. A George W. Bush il gioco è riuscito in pieno. Perché non dovrebbe provarci il suo più fedele alleato europeo?
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