L'Africa, ottocento milioni di abitanti, e l'America Latina, più di mezzo miliardo, hanno eletto nelle scorse settimane, per la prima volta nella loro storia, un capo di stato donna. Ellen Johnson-Sirleaf è stata eletta presidente della Liberia, Michelle Bachelet presidente del Cile. Le due presidenti hanno in comune un passato da ministro, ma anche un passato di sofferenze. Ambedue hanno subito la prigionia e la tortura negli anni delle dittature che hanno oppresso e insanguinato i loro paesi. Ambedue sono state costrette all'esilio. Ambedue hanno raccolto ora le speranze di cambiamento e il voto dei più poveri.
Le donne che reggono l'Africa
Mentre l'Africa continua a rovesciare sulle nostre coste tragedie e speranze, nel paese che forse ha la storia più incredibile di tutto il continente nero, la Liberia, un altro fatto sorprendente è accaduto. Ellen Johnson-Sirleaf, 66 anni, economista, già funzionario della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite ed ex-ministro delle finanze, è stata eletta nuovo capo di stato. Il primo presidente donna di uno stato africano.
La Johnson-Sirleaf ha sconfitto nel ballottaggio dell'8 novembre scorso George Weah, ex calciatore del Milan e del Chelsea. Weah non ha accettato facilmente la sconfitta, ha denunciato brogli elettorali e ha mandato in piazza i suoi giovani sostenitori, tra cui tanti ex-combattenti della guerra civile che ha insanguinato il paese per quattordici anni. Una delle più crudeli guerre africane, dove i combattenti erano spesso bambini, reclutati per pochi spiccioli o semplicemente costretti a portare u'arma, drogati e mandati all'assalto. E che adesso chiedono un altro futuro.
La Commissione Nazionale Elettorale ha respinto il ricorso di Weah e, forte anche dell'appoggio degli osservatori internazionali, ha proclamato i risultati definitivi: 59,4% per la "lady di ferro", 40,6 % per l'ex "pallone d'oro". Ellen Johnson-Sirleaf governerà su un paese grande un terzo dell'Italia, con tre milioni e 400 mila abitanti, gran parte dei quali poverissimi. Sarà il primo buon presidente di questo paese dalla storia incredibile?
Per l'Africa, l'elezione della prima donna a capo di stato è un grande avvenimento. La donna in Africa ha scarsissimo potere politico ma è, di fatto, colei che tiene in piedi una società che spesso frana da tutte le parti. Il maschilismo nella società africana è ancora pesante ed ha nefaste conseguenze nel favorire la diffusione dell'Aids, che sta sterminando intere generazioni. Maschilismo che ha portato addirittura un capo di stato come il presidente sudafricano Mbeki (un intellettuale di formazione comunista) a negare per anni, colpevolmente, la natura reale dell'Aids finché la Corte costituzionale nel 2002 impose al suo governo di curare con le terapie note e collaudate le donne incinte sieropositive.
La donna, con i bambini, è anche quella che più paga le conseguenze delle guerre. Gli uomini combattono, le donne prendono le poche cose di casa, prendono i bambini e i vecchi e li portano in salvo, lontano, nei campi profughi, oltre il confine, dove vivono miseramente e dove spesso muoiono. Le donne più di tutti subiscono la violenza dei vincitori.
Ellen Johnson-Sireleaf conosce bene queste tragiche storie. Lei stessa subì la prigionia e la tortura negli anni ottanta sotto la dittatura di Doe e fu costretta all'esilio. Ha la responsabilità di dimostrare che una donna presidente può cambiare non solo il suo paese. Può diventare una grande speranza per l?intera Africa. Nelle sue prime dichiarazioni ha promesso una rottura col passato di violenze che ha distrutto la sua Liberia e ha teso la mano allo sconfitto Weah mettendo la riconciliazione nazionale al primo posto.
La comunità internazionale sembra disposta ad aiutarla, ma si tratterà di vedere a quali condizioni. Il paese è un paradiso fiscale ed è crocevia di traffici sporchi e di grandi interessi delle multinazionali. Oro, diamanti, legname. E caucciù, con la più grande piantagione al mondo di proprietà della nippo-americana Firestone/Bridgestone i cui pneumatici sono utilizzati anche dalla Ferrari. Una piantagione e una multinazionale che sono uno stato nello stato. Il mensile dei missionari comboniani "Nigrizia" ha denunciato nei mesi scorsi il vergognoso sfruttamento della manodopera da parte della Firestone e il pericolosissimo inquinamento ambientale prodotto dalle sue lavorazioni. La denuncia ha provocato reazioni e qualche timido cambiamento. La Ferrari è però rimasta in silenzio.
La storia più incredibile
La Liberia è un paese creato dagli americani bianchi per i loro schiavi neri liberati. Questi schiavi neri liberati hanno però inventato l'apartheid e praticato a loro volta la schiavitù. Una storia che ha dell'incredibile.
Nel 1821 lo statunitense Robert Stockton, agente di una compagnia privata, l?American Colonization Society, costringe «con una pistola alla tempia» il capo della tribù che allora abitava la costa dove oggi sorge la capitale della Liberia, Monrovia, a vendergli la terra, «per sei moschetti e una cassa di perline», come ricorda Ryszard Kapuscinski nel suo bel libro Ebano. La compagnia americana, formata da bianchi, intende stabilirvi gli schiavi neri americani affrancati, mossa sia da intenzioni liberaleggianti (il progetto suscitò un ampio dibattito in America, tanto negli ambienti progressisti bianchi che nella comunità nera), sia dalla volontà di sistemare altrove la popolazione nera ritenuta "pericolosa" per la società americana.
Non ne arriveranno più di ventimila, di questi schiavi liberati. Essi fondano la nuova repubblica della Liberia nel 1847. Il modello è quello americano, la costituzione è simile a quella americana. Perfino la bandiera è quella a stelle e strisce, anche se la stella è una sola. Il potere è tutto nelle mani dei nuovi arrivati, gli ex-schiavi, gli americo-liberiani, che sono una piccola minoranza. Essi sono i nuovi "padri fondatori" e ostentano la loro "superiorità" rispetto ai neri indigeni. Loro vengono dall'America, non dalla foresta! Girano in frac, bombetta e guanti bianchi, le donne portano cuffie, pizzi e cappellini coi fiori finti, vivono in grandi ville come quelle dei loro vecchi padroni americani di cui copiano usi, costumi, religione, moneta, razzismo, schiavismo. Qualcosa di grottesco e insieme di tragico. La popolazione indigena è totalmente esclusa dal potere.
Gli ex schiavi neri liberati ora schiavizzano i loro fratelli neri del luogo, che sono anche la stragrande maggioranza. Li disprezzano, li considerano selvaggi. Li obbligano a vivere in riserve, separati da loro, costretti a servire. Proibiti i rapporti tra le due comunità. Di matrimoni "misti", tra neri ex-schiavi e neri indigeni, neanche parlarne. Inventano l'apartheid che i bianchi applicheranno in Sudafrica cinquant'anni dopo.
Non solo. Questi ex schiavi praticano a loro volta la schiavitù e il commercio degli schiavi. La comunità internazionale costringerà la Liberia, il paese degli ex schiavi, ad abbandonare le pratiche schiaviste solo nel 1931! Non basta. Nel 1869 viene creato un partito, il True Whig Party che, per quanto espressione dell'esigua minoranza dei coloni neri provenienti dall?America, controllerà da solo il potere per centoundici anni. Più dei comunisti in Russia. Un sistema politico a partito unico, oppressivo e razzista, che non imbarazzerà mai gli Stati Uniti, i quali conserveranno sempre il controllo delle ricchezze del paese facendo della Liberia anche un paradiso fiscale (navi battenti bandiera liberiana?) e la base per le loro trasmissioni radio in Africa. La Liberia sarà sempre non solo l'unica colonia americana nel continente nero, ma una specie di proprietà di fatto degli americani che la useranno sempre come loro base in Africa per tutelare e promuovere i loro interessi politici, economici, strategici. Senza tante inquietudini libertarie e democratiche.
L'ultimo presidente dell'oligarchia degli ex schiavi, William Tolbert, finisce massacrato da un giovane sergente di una piccola tribù degli indigeni oppressi, Samuel Doe, nel 1980. Questi sarà per dieci anni il nuovo presidente-dittatore della Liberia, il primo presidente dei neri indigeni dopo 133 anni di esistenza della repubblica. Il potere di Doe, sostenuto ben presto dai flessibili americani, dura dieci anni. Dopo un avvio con speranze di democrazia e giustizia, il suo potere degenera rapidamente in oppressioni, atrocità, corruzione, secondo un ben noto e triste copione. È in questi anni che Ellen Johnson-Sirleaf subisce la prigionia e la tortura ed è costretta all'esilio.
Nel 1990 Doe è barbaramente assassinato dai ribelli (il filmato della sua orrenda esecuzione è distribuito in videocassetta e trasmesso nei locali pubblici) e un nuovo presidente dittatore, Charles Taylor, prende il suo posto. La Johnson-Sirleaf torna dall'esilio, appoggia Taylor, diventa ministro. Non resterà a lungo nel governo. Ma quella scelta le costerà molte critiche. Altre oppressioni, altre ribellioni, la guerra civile divampa.
Il potere di Taylor, sempre sostenuto dagli americani, finisce nel 2003. E proprio nei giorni in cui veniva eletta la nuova presidente della Liberia, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con voto unanime, dichiarava l'arresto per crimini contro l'umanità dell'ex-dittatore. Ma Taylor, l'arruolatore dei bambini soldato, è al sicuro in Nigeria.
Graham Green scrisse in un libro, in cui raccontava i suoi viaggi in quel paese negli anni trenta, che la politica in Liberia è «uno sporco gioco giocato con dadi truccati». A una donna il compito di dimostrare, in una situazione perfino peggiore di quella conosciuta dal grande scrittore cattolico inglese, che anche in Liberia può nascere qualcosa di buono in politica. Sempre con il sostegno degli americani, s'intende.
Sul futuro più che sul passato
Il caso ha voluto che proprio il 16 gennaio scorso, mentre a Monrovia Ellen Johnson-Sirelaf si insediava ufficialmente alla presidenza della Liberia, e l'Africa faceva festa al suo primo capo di stato donna, in Cile lo scrutinio delle elezioni presidenziali, svoltesi il giorno prima, dava la vittoria a Michelle Bachelet, socialista e leader del centrosinistra, ed anche l?America Latina salutava la sua prima donna capo di stato.
La Bachelet, cinquantacinque anni, è figlia di un generale dell'aeronautica torturato a morte dalla polizia di Pinochet. Due anni dopo, nel 1975, anche lei e sua madre furono imprigionate e torturate. Sua madre fu lasciata in carcere senza acqua e senza cibo per cinque giorni. Poi i lunghi anni dell'esilio. E la partecipazione attiva alla resistenza all'estero. In lei quindi sono simboleggiati la straziante ferita inferta al Cile dalle atrocità del regime di Pinochet, durato dal 1973 al 1990, e il coraggio e la tenacia dei resistenti. Pediatra, madre di tre figli, separata, ex-ministro della sanità e della difesa, ha sconfitto al ballottaggio il candidato del centro-destra Sebastian Pireira, miliardario uomo d'affari e capofila della nuova destra modernizzatrice che sta soppiantando quella nostalgica, erede dell'ex-dittatore Pinochet.
Dalla fine del regime ad oggi il paese è stato governato da una coalizione di centro-sinistra che, nonostante i persistenti gravi problemi della disoccupazione, della criminalità e della povertà, ha garantito al paese, sotto la guida del carismatico presidente Ricardo Lagos, un crescente sviluppo e una forte volontà di far luce sugli anni bui della dittatura. La conferma della coalizione di centrosinistra, con la sterzata innovativa della Bachelet, dimostra che il Cile, considerato il paese più cattolico del Sudamerica e uno dei più conservatori, si fida più della sinistra che della destra. Il voto non è più una reazione agli anni della dittatura, una risposta al passato, ma è un atto di fiducia sul progetto di futuro.
Quello che accade in Cile sta accadendo, con tutte le debite differenze, in gran parte dell'America Latina. Le elezioni cilene cadono all'inizio di un anno che vedrà una decina di altri stati latino-americani affrontare elezioni presidenziali che potrebbero ridisegnare la geografia politica del continente e consolidare un suo decisivo spostamento a sinistra. Con la crescente preoccupazione del governo Bush, che sta cercando di liberarsi delle pastoie irachene per tornare a dedicarsi all'America centro-meridionale, dove si stanno manifestando crescenti sentimenti anti-capitalisti e anti-statunitensi, sia nelle versioni riformiste del brasiliano Lula e dell?argentino Kirchner, sia in quelle populiste e a tratti estremiste del venezuelano Chavez (quest'ultimo, come portabandiera dell?alternativa mondiale anti-Usa, è per lo meno discutibile, vista la sua amicizia con il presidente dell'Iran, Mahmoud Ahmadinejad, negatore dell'Olocausto, definito "un mito", e propugnatore di una conferenza internazionale "scientifica" sullo sterminio degli ebrei: una posizione che deve interrogare e far reagire quei pacifisti e no-global che hanno eletto Chavez a loro nuovo leader e che non possono trovarsi al loro fianco, nelle battaglie per un mondo più giusto, un capo di stato suo amico negatore della Shoah).
Brasile, Messico, Costa Rica, Haiti, Perù, Colombia, Venezuela, Ecuador, Nicaragua diranno con le loro elezioni, nel corso dell'anno, se lo spostamento a sinistra del continente si accentuerà o no. In Bolivia ce n'è stata un'ulteriore conferma alla fine del 2005 con la vittoria di Evo Morales, tra l'altro primo indigeno a diventare presidente del paese, che intende realizzare un forte programma di riforme con nazionalizzazioni che mettono in discussione, come mai in precedenza, il potere delle multinazionali.
È intorno al futuro, quindi, più che al passato, che si giocano le elezioni nell'America Latina. La religione del libero mercato a ogni costo ha deluso le masse povere e le classi medie. Si torna a sognare un mondo diverso. L'America Latina torna ad essere il continente della speranza. Sette fondamentaliste, droghe mediatiche, miti occidentali, strapotere delle multinazionali non hanno narcotizzato i popoli. Milioni di persone danno fiducia a chi propone un altro futuro. A dimostrazione che la speranza nel cambiamento non può mai essere soffocata. Neanche dai mezzi più potenti e dalle situazioni più compromesse.
Ma se è vero che ormai il continente latino-americano decide più sul futuro che sul passato, è anche vero che il tragico passato che ha sconvolto tanti di quei paesi continua a pesare. Processi, commissioni di indagine, domande di riconciliazione e di perdono, ammissioni e negazioni di responsabilità, silenzi continuano a tenere viva la memoria degli anni delle dittature. La verità sui crimini dei regimi degli anni Settanta e Ottanta, sul destino dei desaparecidos, sui massacri e le torture è ancora invocata da migliaia di familiari, parenti e amici delle vittime. Così in Cile, dove peraltro si sono fatti grandi passi in avanti nella ricerca della verità.
Nel novembre del 2004, per la prima volta ci fu l'ammissione da parte dell?esercito cileno delle proprie responsabilità per i crimini compiuti con Pinochet. Fu lo stesso capo delle forze armate, il generale Juan Emilio Cheyre, a dichiarare che l?esercito aveva assunto "la difficile ma irreversibile decisione di riconoscere le proprie responsabilità in tutti quegli atti moralmente inaccettabili e punibili". Il riferimento era alle 3190 persone fatte sparire e assassinate per motivi politici durante gli anni del regime, come documentato in una relazione ufficiale del governo. Ma secondo le organizzazioni dei familiari dei desaparecidos, di almeno altri mille dissidenti politici non si è saputo più nulla. Sono scomparsi dopo l?arresto. Altre migliaia di persone, forse trentamila, sempre secondo le relazioni ufficiali, furono arrestate, torturate e molte di loro costrette all'esilio.
Ma mentre l'esercito ammette le proprie responsabilità in questi crimini, non così l'ex-dittatore Augusto Pinochet, che di fronte al tribunale che lo sta giudicando ha dichiarato, come riferisce il mensile dei paolini "Jesus" nel numero di gennaio di quest'anno: «Queste perdite mi rincrescono e addolorano, ma ogni cosa è opera di Dio. Egli mi perdonerà se qualche volta ho ecceduto, ma non credo sia così. Tutto ciò che ho fatto, tutti i problemi che ho avuto, li dedico a Dio, li dedico al Cile, perché hanno permesso che il Paese non fosse comunista e diventasse come è oggi».
C?è molta confusione, a quanto pare, intorno alla fede cattolica. Nel 1984 la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, allora presieduta da Joseph Ratzinger, emanò una "Istruzione" per condannare alcune tesi della teologia sudamericana della liberazione, giudicate troppo vicine al marxismo, e ripristinare, come si disse, l?ordine teologico. Forse ci sarebbe bisogno anche di una "Istruzione" vaticana che facesse chiarezza intorno a certe tesi della teologia pratica della reazione, come quella di Pinochet, più diffusa di quanto non sembri, specialmente negli episcopati e nelle nunziature, e responsabile del sostegno esplicito a regimi colpevoli di crimini inauditi come la scomparsa e l'assassinio di migliaia di persone in America Latina. Perché in nome di Gesù Cristo non si imprigioni, non si torturi, non si massacri mai più. Nell'attesa, moltissimi cattolici cileni hanno votato per Michelle Bachelet, anche se non è cattolica come Pinochet.
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