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| Il cristianesimo – e questo per la prima volta nella sua storia in modo pienamente consapevole – si vede messo di fronte anche alle altre grandi religioni universali, che non può semplicemente liquidare, come è potuto accadere in alcuni periodi della storia cristiana, come religioni assolutamente inautentiche e da sconfiggere. Non può nemmeno voltarsi dall’altra parte, dal momento che il mondo è irrevocabilmente divenuto un’unità, nella quale nessuno può più abitare in spazi separati e chiusi. Il cristianesimo è dunque obbligato a dialogare con le religioni universali in una misura del tutto diversa a quanto è accaduto finora. E questo dialogo, a sua volta, si inserirà nella sua totalità nel destino che le scienze naturali e la tecnica hanno preparato per tutto il pianeta. Oseranno i credenti entrare in questo dialogo tanto incondizionatamente da farlo diventare un dialogo reale, e non solo il tentativo, destinato al fallimento, di coinvolgere l’Altro in un cristianesimo concepito in senso tardo-occidentale?»
Bernhard Casper, Il pensiero dialogico (1954) |
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Domenica 14 ottobre le “formiche democratiche” si sono rimesse in moto.
Il loro cuore – sempre più grande di ogni disillusione – le ha spinte a un nuovo atto di generosità. E così sono andate a migliaia a votare alle primarie del Partito Democratico fino a raggiungere la quota di 3.500.000.
Ilvo Diamanti ha già fornito un’analisi interessante della distribuzione di questo voto tra le diverse aree del paese e del suo rapporto con l’elettorato dell’Ulivo. Come sempre l’analisi fredda dei dati ci riconduce alla prosa. La distribuzione è disuguale e nel Nord la percentuale non è esaltante. E tuttavia godiamoci ancora un po’ la poesia di questa bella partecipazione.
La poesia – diciamolo – è tutta nel lavoro delle formiche democratiche. Perché dodici anni per costruire un partito sfiancherebbero chiunque, anche l’innamorato più tenace. E il modo in cui alla fine si è deciso di farlo non poteva suscitare grande entusiasmo. Si partiva con un ticket bell’e pronto per accontentare i due partiti e sostituire appena possibile il governo Prodi, considerato al capolinea dai suoi stessi sostenitori. L’equivoco stava già nel termine: “primarie” in senso proprio le elezioni del 14 ottobre non potevano essere, perché erano elezioni dirette del segretario nazionale di un partito. “Primarie” potevano essere solo in senso indiretto e assai equivoco, ossia designazione del prossimo leader con cui presentarsi alle elezioni. Quanto poi all’assemblea costituente, il legare l’elezione dei costituenti ai candidati alla segreteria del partito è una trovata che ha ben poco fondamento nella logica di una Costituente. Sempre che di vera Costituente si tratti e non di assemblea plaudente il vertice aziendale, come ha scritto tempo fa con giusta ironia Giovanni Colombo.
Ma intanto, lo ripetiamo, godiamoci un po’ questo scherzo insospettato che le formiche democratiche hanno giocato agli elitisti.
Sì, gli elitisti sono coloro che accompagnati da una visione veramente malinconica della vita concepiscono la democrazia come un meccanismo il cui vertice sta nella scelta del capo, del leader che condurrà le nostre orde alla battaglia e ne uscirà vittorioso. Una concezione della democrazia da tribù barbariche che acclamano il più nerboruto del gruppo come loro condottiero, come loro “guida”, leader appunto (lo diciamo all’inglese perché alla tedesca suona male perfino scriverlo.. e nel latino italianizzato, anche).
Per carità, i capi vanno scelti dal basso: altrimenti, che democrazia sarebbe? E sono anche utili. Ma che il vertice della democrazia e la sua essenza sia tutta qui, pare discutibile.
La democrazia non può essere ridotta solo alla scelta di un leader, all’elezione di un capo a cui affidare il compito difficile di risolvere i grandi problemi del paese. «Non ci sono liberatori, solo uomini che si liberano» diceva Teresio Olivelli, ribelle per amore, l’uomo della Resistenza finito consumato in campo di concentramento nel tentativo di liberare l’Italia da una stagione in cui l’enfasi sulla leadership aveva progressivamente svuotato tutte le altre istituzioni dello Stato liberale.
La democrazia è una forma di governo ma anche di vita politica, creata e alimentata quotidianamente da donne e uomini che si vogliono liberi e si riconoscono uguali diritti di decidere su ciò che hanno messo in comune.
Il momento più alto della decisione democratica non sta nel comando del capo che guida le sue orde alla battaglia, ma nella discussione comune attorno ai problemi di tutti, nell’ascolto reciproco delle ragioni degli uni e degli altri, nella ricerca faticosa della convergenza tra punti di vista diversi. Il simbolo della democrazia non è la spada del condottiero, ma l’assemblea dei rappresentanti della comunità che assume insieme le decisioni comuni.
Così era nelle antiche democrazie. Così è stato nelle forme di democrazia che per secoli attraverso il medioevo e l’età moderna abbiamo sperimentato per gestire i beni collettivi come i pascoli, i boschi, le acque. Il bel simbolo della Magnifica Comunità di Fiemme è il cerchio dei sedili di pietra su cui discutevano coloro che dovevano decidere del governo delle cose appartenenti alla comunità. Non è un trono, uno scettro, una spada. Ma appunto un Consiglio.
C’è oggi una forte rivendicazione di cittadinanza attiva. I cittadini sentono che il loro potere di decidere si sfarina. Lo avvertono i giovani a cui si fatica a fare spazio reale nel mondo del lavoro e della politica, lo avvertono le donne costrette a portare il doppio peso della società familiare e della società civile senza che sia riconosciuto loro un potere di decisione corrispondente, lo avvertono i lavoratori che si sentono spossessati dal prevalere di un’economia della rendita o della speculazione, lo avvertono gli stranieri che vedono la loro condizione di vita affidata agli umori e alle emozioni di una società impaurita più che al contributo materiale e spirituale che danno a questa società.
Le formiche democratiche hanno espresso nel loro modo silenzioso questo desiderio di cittadinanza attiva e hanno detto che sono disposte a muoversi per questo, a spendere un po’ di loro stessi, del loro tempo e delle loro energie.
Ora che il Partito Democratico ha eletto il suo segretario, si dovrà dare forma e sostanza a una cultura politica della democrazia adeguata a questo bisogno di cittadinanza attiva. Si dovrà elaborare per la società e la politica un ethos della democrazia capace di restituire quel senso di rigore morale, di rispetto delle regole, di valorizzazione dei talenti, di lotta contro i privilegi e i parassitismi che oggi ci manca e di cui una società democratica ha bisogno come dell’aria di cui respiriamo. Si dovrà dar forma a regole e stili di comportamento politico che favoriscano la partecipazione costante dei cittadini: e qui certo saranno essenziali le elezioni dal basso di ogni carica interna, ma anche il coinvolgimento delle competenze, degli insegnanti nel disegnare le leggi sulla scuola, dei medici e degli operatori sanitari nel disegnare le leggi sulla salute e così via. Ciò che è mancato in passato sono proprio questi strumenti di ascolto e valorizzazione delle competenze e di formazione democratica della volontà comune.
Ma questo progetto potrà avere un senso solo se chi coltiva dentro di sé la passione per la libertà e per l’uguaglianza – ossia le formiche democratiche – decideranno di restare in cammino e di vigilare sulla costruzione del partito democratico, cui loro hanno dato vita. Chi tra i democratici coltiva il gusto per la libertà e ama non solo la propria libertà ma anche la libertà degli altri, chi tra i democratici sa che non ci sono liberatori, ma solo uomini e donne che si liberano, continui a scommettere sul tentativo che da secoli le “formiche” della democrazia non si stancano di compiere ogni giorno, nel proprio lavoro, nel proprio ambiente, nelle istituzioni politiche: costruire condizioni di vita un po’ più libere e giuste per ogni essere umano. Le “formiche” della democrazia hanno il cuore più grande di ogni disillusione e basta loro leggere sulla pagina di un giornale che in qualche parte del mondo si lotta di nuovo per la libertà, come lottano le donne e gli uomini in Birmania, perché qualche cosa si accenda e riprendano a lavorare. Solo loro possono costruire la democrazia.
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