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| Il cristianesimo – e questo per la prima volta nella sua storia in modo pienamente consapevole – si vede messo di fronte anche alle altre grandi religioni universali, che non può semplicemente liquidare, come è potuto accadere in alcuni periodi della storia cristiana, come religioni assolutamente inautentiche e da sconfiggere. Non può nemmeno voltarsi dall’altra parte, dal momento che il mondo è irrevocabilmente divenuto un’unità, nella quale nessuno può più abitare in spazi separati e chiusi. Il cristianesimo è dunque obbligato a dialogare con le religioni universali in una misura del tutto diversa a quanto è accaduto finora. E questo dialogo, a sua volta, si inserirà nella sua totalità nel destino che le scienze naturali e la tecnica hanno preparato per tutto il pianeta. Oseranno i credenti entrare in questo dialogo tanto incondizionatamente da farlo diventare un dialogo reale, e non solo il tentativo, destinato al fallimento, di coinvolgere l’Altro in un cristianesimo concepito in senso tardo-occidentale?»
Bernhard Casper, Il pensiero dialogico (1954) |
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Nel marzo 1986, due mesi prima della morte, Giuseppe Lazzati – per 15 anni rettore dell’Università Cattolica e indimenticabile maestro di laicità cristiana – dava alle stampe la sua penultima operetta, significativamente intitolata Per una nuova maturità del laicato, che anche nel titolo si richiamava a un analogo volume, da lui pubblicato 25 anni prima, alla vigilia del concilio Vaticano II.
Quelle del 1986 erano dunque riflessioni di un uomo che, anzitutto come testimone esemplare, aveva dedicato la vita per una reale maturazione dei cristiani laici e che ancora in età avanzata girava infaticabilmente l’Italia per far conoscere a giovani e adulti il tesoro nascosto della vocazione laicale secondo il Concilio. La sua esperienza di «oratore itinerante» l’aveva infatti
«portato a costatare la larga ignoranza della prospettiva conciliare riguardante i fedeli laici e il permanere dell’accettata concezione che dà per scontato quale solo risultato possibile avere alcuni generosi laici che si prestano a sostenere la vita parrocchiale quali animatori di momenti formativi» (p. 70).
Ma egli non si rassegnava affatto a tale situazione: a suo parere, «discutibilissimo ma fondato», «è mancata e manca una convinta e diffusa azione pastorale volta a presentare a tutti i laici che conservano un minimo di fedeltà alla vocazione cristiana il significato della chiamata del concilio» e per questo, al termine del suo aureo libretto, egli rivolgeva un accorato «invito ai pastori», facendosi voce dei fedeli laici, «che da ogni parte del paese, da ogni comunità cristiana, supplicano i loro pastori perché vogliano, attraverso i mezzi più opportuni, aiutarli a crescere secondo le loro esigenze vocazionali» (p. 79).
Sussulto e declino
L’operetta di Lazzati era indirizzata in realtà non solo ai vescovi e ai preti della Chiesa italiana, ma «audacemente» voleva essere «anche un modesto contributo alla preparazione del sinodo dei vescovi», che nel 1987 avrebbe visto il convergere a Roma, da ogni parte del mondo, dei rappresentanti dell’intero episcopato cattolico, chiamati a discutere proprio della “Vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo a vent’anni dal concilio Vaticano II”. E in verità l’esortazione apostolica postsinodale di Giovanni Paolo II Christifideles laici non lasciava dubbi sulla volontà del papa e dei vescovi di continuare e di sviluppare su questo punto il magistero del Concilio. Era la fine del 1988 e pochi mesi prima nella Chiesa italiana era scoppiato il cosiddetto “caso Lazzati”, che intorno alla figura cristallina del rettore scomparso due anni prima aveva visto l’emergere vivace, ma anche polemico e scomposto, delle diverse anime dell’associazionismo cattolico e, in filigrana, delle divergenze di linea pastorale che da parecchio tempo attraversavano varie componenti della Chiesa italiana. Sono passati vent’anni e quell’infuocato dibattito, di cui anche la “Rosa Bianca” e questa rivista furono protagonisti non secondari, mi appare oggi l’ultimo sussulto di un movimento cattolico che da tempo andava disaggregandosi e in parte dissolvendosi, ma che soprattutto appartiene a un passato ormai molto lontano. Cosa sia successo in questi vent’anni ai cristiani laici italiani – organizzati nei loro movimenti oppure impegnati in parrocchia ovvero semplici praticanti domenicali – non è affatto facile a dirsi e meriterebbe una lunga e paziente disamina storica. Quel che mi pare difficilmente contestabile è la direzione di fondo del processo, ossia il loro declino non solo sulla scena pubblica della società italiana, ma anche nelle dinamiche interne della Chiesa. Paola Bignardi, già presidente nazionale dell’Azione Cattolica, in un recente libro dal titolo altamente significativo, ha parlato di una pericolosa «afasia» del laicato, osservando – tra le molte considerazioni lucide e sofferte – che «la Chiesa sta pagando un tributo non piccolo alla civiltà dei media» . Ma il problema non è solo, né principalmente quello della visibilità. Del disagio, delle difficoltà, della progressiva residualità dei cristiani laici, si sono accorti da qualche tempo anche i vescovi:
«Si ha talora la sensazione che lo slancio conciliare si sia attenuato – scrivono nella loro Lettera ai fedeli laici del marzo 2005 – Sembra di notare, in particolare, una diminuita passione per l’animazione cristiana del mondo del lavoro e delle professioni, della politica e della cultura ecc. Vi è in alcuni casi anche un impoverimento di servizio pastorale all’interno della comunità ecclesiale. Serve un’analisi attenta ed equilibrata delle ragioni, dei ritardi e delle distonie, per poterle colmare con il concorso di tutti» .
Il brutto anatroccolo all’interno di grandi mutamenti storici
È su questo sfondo che acquista tutto il suo rilievo l’appassionato saggio di Fulvio De Giorgi, che ha visto la luce da pochi mesi . Si tratta di «riflessioni critiche sulla situazione ecclesiale italiana (ma non solo) dal concilio Vaticano II a oggi», precisa mons. Carlo Ghidelli, presidente della Conferenza Episcopale Abruzzese-Molisana, nella sua bella e autorevole prefazione. Riflessioni critiche – aggiunge – «sempre garbate e serenamente esposte» che si presentano certo «come una risposta alla Lettera che i vescovi italiani hanno scritto ai fedeli laici nel 2005» – una risposta «aperta e franca, anzi coraggiosa» – ma che hanno «un respiro» e spaziano in un «orizzonte storico» ben più ampio, «a tutto beneficio della serenità dei giudizi espressi» (p. 5). Il libro, dunque, ha una prospettiva storico-pastorale, ma – osserva acutamente mons. Ghidelli – è frutto anche della «spiritualità dialogante di un cattolico maturo che cerca interlocutori qualificati con i quali poter portare avanti la ricerca» (p. 10). Per questo, nella conclusione, egli rivolge un caldo invito a leggerlo non solo ai laici, ma agli stessi «confratelli vescovi» (p. 12).
Perché i cristiani laici sono paragonati dall’Autore al brutto anatroccolo?
«Cercando una cifra sintetica e unitaria per esprimere il disagio del laicato – spiega De Giorgi – mi è venuta in mente l’immagine del brutto anatroccolo. Bisogna infatti riconoscere che dai media emerge spesso un’immagine pubblica della Chiesa cattolica, e del laicato in particolare, sgradevole e sgraziata». Essa appare «come un “animale sociale” diverso da tutti gli altri, un anatroccolo differente dal resto della covata. Un anatroccolo brutto, perché goffo e superato, dal parlare cacofonico, avulso dal resto, dalle gioie e dalle speranze, dalle tristezze e dalle angosce degli uomini e delle donne normali; oppure perché – per paura dell’isolamento e della marginalizzazione – cerca di uniformarsi alle logiche spettacolar-mercantili di un certo conformismo mediatico» (pp. 16-17).
Le cause specifiche di questa immagine pubblica spesso impacciata e sgraziata sono parecchie, alcune di vecchia data, altre più recenti, e chiamano in causa anche i media, oltre che la Chiesa. Ma, osserva l’Autore, una simile immagine tradisce problemi più profondi. Vi è senza dubbio una crescente difficoltà di comunicazione reale tra i laici, soprattutto quelli “di base”, e i vertici pastorali. Donde proviene questa perdita di contatto? In parte è fisiologica, perché la Chiesa è un soggetto sociale articolato e complesso, ma in buona parte – ed è questo che preoccupa di più – può trattarsi della proiezione intraecclesiale dell’attuale crisi della democrazia: infatti, come l’allontanarsi della responsabilità dalla partecipazione, e della partecipazione dalla responsabilità, denuncia una crisi interna della democrazia, che in Italia (ma non solo) è sotto gli occhi di tutti, «così l’allontanamento della corresponsabilità pastorale dalla partecipazione comunitaria, e della partecipazione comunitaria dalla corresponsabilità pastorale, denuncia una crisi interna dell’ecclesiologia conciliare vissuta»: «la comunità ecclesiale sta forse cambiando senza smentirsi verbalmente: le stesse parole del Concilio, pur mantenute, non significano più le stesse cose. La prospettiva esterna continua a sembrare integra, ma nel suo intimo appare invece sottoposta a tensioni al limite della rottura». È questo, secondo De Giorgi, «il vero problema della Chiesa italiana», «il vero rischio di scisma sommerso» (pp. 75-76). È difficile dire con precisione – aggiungo – quanto queste dinamiche interne siano state accentuate dalla svolta pastorale impressa negli anni novanta dalla lunga presidenza CEI del card. Ruini, ma un concorso mi sembra innegabile, se non altro per «la ripresa di forte centralità della Chiesa-istituzione» . In ogni caso si tratta di
«un’incrinatura pericolosa perché avvia involuzioni educative con effetti di lungo periodo, spinge alla disgregazione, può preludere a future frantumazioni le cui forme sono oggi difficilmente immaginabili. È un pericolo di deriva verso la sfiducia, la paralisi, la caduta di entusiasmo, la demotivazione, lo stallo, il senso di impotenza» (pp. 77-78) .
È all’interno di questa “incrinatura pericolosa” che fanno breccia non solo «i movimenti carismatico-entusiastici» che occupano più di un tempo il campo e la scena, ma gli stessi rigurgiti tradizionalisti volti a mettere il Concilio tra parentesi e a far rivivere nostalgicamente forme di religiosità pre-conciliari, tanto anacronistiche quanto disastrosamente fallimentari sul piano pastorale (pp. 72 e 78).
Mondanizzazione strisciante
Eppure anche questi rigurgiti sempre più diffusi (l’Autore non fa nomi, ma il pensiero corre spontaneamente al “culto” di padre Pio, al successo di “Radio Maria”, al ritorno della messa in latino…) non farebbero così breccia se l’«incrinatura pericolosa», di cui si è detto, non si combinasse nel caso di molti cristiani laici con la tacita omologazione agli stili di vita consumistici indotti dal mercato e dal clima culturale dominante (si pensi al diluvio pubblicitario che inonda quotidianamente i media e che è colonna portante di quella che De Giorgi chiama «la dottrina antisociale mediatica»):
«Penso che la grave malattia che mina la salute delle Chiese occidentali sia la “secolarizzazione interna”, data dai germi patogeni assorbiti dall’esterno, da una società costruita sull’individualismo assoluto, sulla logica del soddisfacimento dei bisogni materiali, sul dominio generale del denaro, sull’emarginazione – sociale, culturale, spirituale – dei valori di gratuità, solidarietà, amicizia, fraternità, comunità» (p. 119).
«La nostra Chiesa ha i mali del benessere: il colesterolo alto dell’individualismo, il diabete dell’accettazione dell’ingiustizia, le cardiopatie dell’egoismo e del potere. Ha poi tutte le malattie psichiche della società occidentale ricca: la schizofrenia tra fede e vita, la nevrosi da accerchiamento, la depressione dello spirito evangelico. Tutto questo porta a un’anoressia della comunità e a un deficit immunitario che rende vulnerabili ai bacilli dell’individualismo materialista ed edonista» (p. 120).
Il quadro – aggiungo – può apparire cupo, tuttavia si tenga presente che già da qualche decennio parecchi sociologi parlano di logoramento del legame sociale come effetto portato alle sue estreme conseguenze, con e dopo la rivoluzione tecnologica tuttora in atto, dalla fase consumistica e globalizzata dello sviluppo capitalistico . Ma tale fase, va pure detto, è ormai strutturale nelle economie occidentali e, per altro verso, i suoi effetti in termini di crescita e di offerta diversificata di beni, di servizi e di opportunità sono generalmente apprezzati dalla quasi totalità degli italiani (e dei cattolici). È dunque impensabile che questo logoramento ai limiti della disgregazione sociale non coinvolga in modo duraturo anche il tessuto di relazioni delle famiglie, delle comunità parrocchiali, delle associazioni, delle Chiese locali e non tocchi in vario modo la stessa religiosità dei cristiani laici, che vivono immersi in questa società e in questo clima: è qui, nella separazione di fatto dal credo oggettivo comunicato – non sempre adeguatamente – dalla Chiesa e dagli operatori pastorali, che a mio avviso attecchisce e si alimenta il fenomeno della privatizzazione della fede con i suoi risvolti sovente relativistici: «sono credente, ma a modo mio: il Vangelo, la Chiesa e i suoi dogmi non mi riguardano». È il trionfo della religione neo-borghese, ma è chiaro che una religiosità del genere, frutto spesso di ignoranza religiosa e di un anticlericalismo tanto istintivo quanto diffuso, non può essere confusa né con l’interiorizzazione personale, né con la soggettivizzazione della fede, che sono tipologie ben diverse e assai meno recenti, che non comportano esiti relativistici almeno finché permane nel soggetto il riferimento, per quanto problematico, alla rivelazione di Gesù di Nazareth o anche a valori assoluti esplicitamente riconosciuti e praticati come tali (cristiani anonimi). Ma bisogna anche considerare che la privatizzazione della fede, che contagia molti laici adulti ed è quasi la norma tra quelli più giovani, coesiste oggi con la crescente perdita della memoria collettiva (memoria del Concilio e, ancor più grave, memoria delle origini cristiane) e con l’inedito pluralismo religioso della società italiana, che nel giro di vent’anni è divenuta multientnica e multiculturale, ponendo nuovi problemi non solo di dialogo interreligioso, ma anche di convivenza civile che interpellano quotidianamente le comunità ecclesiali, le quali devono fare i conti con il diffondersi a macchia d’olio di «chiusure xenofobe se non cripto-razziste» (p. 74).
Per una ripresa del Vaticano II e di un progetto pastorale di alto profilo
È evidente che in uno scenario del genere il problema principale non è più solo quello di «una convinta e diffusa azione pastorale volta a presentare a tutti i laici che conservano un minimo di fedeltà alla vocazione cristiana il significato della chiamata del concilio», come auspicava Lazzati vent’anni fa. Ci troviamo di fronte – secondo l’Autore – a «sfide inedite e impensabili ai tempi del Concilio», che hanno ormai assunto un carattere globale e strutturale, con il rischio di «una drammatica sfasatura tra Chiesa e mondo» (p. 72). E prima ancora con il rischio, se si andrà avanti così per troppo tempo, che comunità e associazioni cristiane deperiscano irrimediabilmente per inedia spirituale ovvero, per usare l’espressione evangelica, diventino sale insipido. Per questo a De Giorgi «appare oggi necessaria una ripresa del Vaticano II» (pp. 28, 50 e 89) o, ancora meglio, «un Vaticano III per riprendere in fedeltà e aggiornare il Vaticano II» (p. 75).
Anche per la Chiesa italiana occorre recuperare «le intuizioni del decennio 1975-1985: da una parte Evangelizzazione e promozione umana e dall’altra Comunione e comunità» (p. 89) in un disegno pastorale «nuovo e di alto profilo» (p. 81) che contribuisca a sanare «le cinque piaghe» dei cristiani laici, che rosminianamente rappresentano altrettanti «crinali critici» per il futuro della Chiesa: l’urgenza di «un’adeguata spiritualità cristiana», ispirata al radicalismo evangelico, ossia al Vangelo sine glossa (p. 90); il passaggio nell’azione pastorale «da una soggettività individuale a una soggettività di coppia» (p. 92); una chiara scelta «di libertà e di liberazione» per gli «ultimi» e per «la gente tuttora priva dell’essenziale: la salute, la casa, il lavoro, il salario familiare, l’accesso alla cultura, la partecipazione» (pp. 96-97); «la necessità della libertà di parola nelle comunità ecclesiali e nell’ambito dei rapporti tra laici e gerarchia», in un clima di rinnovata «fiducia, confidenza, franchezza, lealtà di linguaggio fra pastori e laici» (p. 101 e 105); il riconoscimento effettivo della «dignità fraterna del laico», «trasformare cioè in realtà di vissuto ecclesiale la piena uguaglianza battesimale di tutti i cristiani, uomini e donne, superando ogni paternalismo e ogni forma di persistente clericalismo» (p. 105). Come si può notare i cinque crinali «si co-implicano e si integrano a vicenda» (p. 89).
Se poi crescerà il diretto protagonismo familiare nella comunità ecclesiale, dalle coppie cristiane verrà anche «una spiritualità per tutta la Chiesa» (p. 141): infatti – sostiene De Giorgi citando il card. Tettamanzi – «se in tutti i membri della Chiesa le due dimensioni, secolare ed escatologica, della Chiesa stessa sono tra loro profondamente connesse, è proprio il loro intreccio, la loro compenetrazione e unione a presentarsi qui [nelle famiglie cristiane] con un volto veramente originale» (p. 140). Non si tratta di utopia, ma di credere sul serio nella «possibilità e bellezza della famiglia cristiana»:
«oggi, sempre di più, quando la gente comune parla di cattolici non pensa solo o non tanto ai preti (sempre meno visibili, per diversi motivi), ma soprattutto a persone che non praticano l’aborto, che hanno una visione alta ed esigente – pienamente umana ma anche spirituale – della sessualità, che ritengono che l’ambiente migliore per la crescita psicologica e umana dei bambini sia la famiglia monogamica, che affermano l’ideale di un matrimonio che duri tutta la vita» (p. 138).
Se nel medioevo il cristiano per eccellenza era il monaco e nell’età moderna era il prete, nell’età contemporanea sono i coniugi cristiani, primi missionari verso i loro figli e testimoni consapevoli di essere sul territorio una «comunità alternativa» (pp. 132-134), ma insieme «pronti ad assumere e a valorizzare i germi di bene ovunque si trovino», «pronti perciò a valorizzare la convivenza coniugale, in quanto tale», visto che ormai in Europa oltre un milione di coppie, pur volendosi bene, vivono separate, trascorrono insieme i fine settimana e le vacanze, dopo di che ognuno torna a casa propria.
Insomma la prospettiva indicata da De Giorgi – e non mi soffermo sulla formazione del clero, sulle esigenze di una «conversione pastorale» della parrocchia «famiglia di famiglie», sulle frontiere della «laicità europea» – prefigura un «nuovo paradigma» per la Chiesa di domani: non un ritorno ideologico e anacronistico a quello pre-costantiniano, ma un «parto» (p. 248) graduale e sicuramente non facile delle nostre comunità cristiane in quella direzione, perché le sfide della società in cui viviamo e insieme le esigenze del Vangelo e del Vaticano II lo richiedono. È difficile per un commentatore che si sente profondamente vicino al pensiero dell’Autore distinguere quanto di evangelicamente utopico e quanto di realisticamente lungimirante ci sia in una tale prospettiva: sarà il tempo a dirlo, ma senza dubbio il lucido e appassionato saggio di De Giorgi può favorire non poco la presa di coscienza, il discernimento e le scelte di tutti, pastori e laici. Per questo merita di essere letto, meditato, discusso con quella mite e fiduciosa franchezza e quel grande amore alla Chiesa che lo ispira dalla prima all’ultima pagina.
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