| Pierangelo Giovanett Scrivere " E’ l’eroe di Tangentopoli. Il giudice più famoso d’Italia. Il magistrato che ha dato l’avvio all’inchiesta "Mani Pulite", la rivoluzione nonviolenta del Paese.
Antonio Di Pietro, 42 anni, nativo di Montenero di Bisaccia, paesino "tutto in salita" nell’aspra e sperduta terra molisana, da sconosciuto magistrato di provincia è diventato l’emblema nazionale di una nuova pagina della storia d’Italia.
Il suo nome resterà intrecciato non solo all’inchiesta giudiziaria più rilevante del Dopoguerra, ma alla svolta che il Paese ha intrapreso con il venir meno di quella fitta copertura di impunità che faceva da velo al "regime della corruzione", per anni dominatore incontrastato della vita nazionale.
Al di là delle conseguenze sul piano giudiziario e politico dell’opera di Di Pietro e del pool di giudici di "Mani Pulite", il magistrato molisano ha impresso di sé il costume e i valori dell’Italia di questi anni Novanta. Ne è diventato l’interprete dello spirito e dei sentimenti. Si è rivelato l’involontario alfiere di un’Italia che per un lungo decennio era stata emarginata, messa da parte, giudicata demodè e poco moderna. Un’Italia fatta d’impegno e di sacrifici, di voglia di giustizia e di rispetto dei diritti, di desiderio delle cose genuine ed autentiche. Un’Italia dalla forte passione civile, consapevole dei propri doveri e delle proprie responsabilità, in campo dalla parte dei deboli e degli indifesi. Con la tenacia con cui ha portato avanti il suo lavoro, con la determinazione con cui ha affrontato le difficoltà e gli ostacoli, con la semplicità dei modi di vita, Antonio Di Pietro ha segnato uno stile. Uno stile che ha fatto di questo figlio di contadini, dall’aspetto tozzo e poco curato, per nulla amante dei riflettori mondani, il simbolo di un Paese alla ricerca del proprio riscatto. Il volto di un’Italia che vuole ricostruire il proprio futuro.
Il senso della giustizia
Vediamo quali sono gli aspetti, il carattere dell’uomo che tanto ha colpito l’immaginazione popolare.
Il credo profondo nella giustizia. Di fronte a profittatori di ogni risma e a mezze figure disposte a piegare ogni regola, ogni principio, ogni legge al proprio tornaconto personale, di clan o di partito, Di Pietro interpreta questo rinato bisogno di giustizia. Chi è andato a Montenero di Bisaccia, suo paese natale, si è sentito raccontare la storia della cavalla gravida Regina, rubata al nonno Giovanni e dopo anni di ricerche e di fatiche recuperata, perché "alla fine la giustizia trionfa sempre". E’ questo profondo senso di ribellione alle ingiustizie, questa indignazione per le sopraffazione dei forti sui deboli, che vengono trasmessi fin da piccolo al giovane Di Pietro.
Coloro che approfittano degli altri abusando del proprio potere e del proprio incarico pubblico, utilizzando la forza che deriva dal loro ufficio - gli diceva il nonno Giovanni - sono criminali peggiori degli altri, e talvolta fanno più male degli altri delinquenti. Invece di rappresentare gli interessi della collettività, invece di rispondere ai cittadini del loro operato, essi utilizzano il loro potere per andare contro gli interessi degli altri, provocando gravi danni soprattutto ai più deboli, ai più indifesi.
La tenacia nell’affrontare le cose. Di Pietro è un magistrato che va a fondo nelle cose, non si accontenta delle verità di facciata. Indaga, approfondisce, insiste, si avvale di tutti gli strumenti a disposizione, non si fa intimorire. Racconta il figlio Cristiano: "La sua tenacia gli deriva dalla sua terra e dai suoi genitori. La nostra famiglia è composta di gente che quando si mette in testa di fare una cosa ci deve riuscire a tutti i costi". Grazie alla sua tenacia e severità interiore, Di Pietro dimostra che non ci sono inchieste impossibili, inchieste di fronte alle quali ci si deve fermare perché non è possibile provare la colpevolezza degli imputati.
Una delle caratteristiche principali di Antonio - scrive il giornalista Gigi Moncalvo nel libro-biografia Di Pietro. Il giudice terremoto l’uomo della speranza, edito dalle Paoline - è la rigidità verso se stesso: una rigidità che lo porta a compiere azioni e ad adottare comportamenti che possono sembrare esagerati, assurdi, eccessivi. Chi lo obbliga infatti ad alzarsi alle sei per essere in ufficio prestissimo? Chi lo obbliga a restare al lavoro fino a notte? Chi lo costringe nel cuore della notte, se gli viene in mente qualcosa di importante da fare nel quadro delle sue indagini, a correre a Milano in ufficio per fare una verifica, un controllo, o cercare un atto che gli manca?
Fare il proprio dovere fino in fondo
Un gran lavoratore. Di fronte ad un’Italia dei ‘furbi’ e di chi ‘fa il meno possibile’, il magistrato molisano ribalta la scala dei valori. Si mostra lavoratore indefesso. Va oltre gli orari stabiliti. Non bada alle esteriorità, ai riflettori, alle conferenze-stampa. Non si preoccupa del successo. Bada al sodo. Da buon figlio di contadini, ha il lavoro nel sangue. E prima di diventare magistrato, ha fatto l’operaio in fabbrica, il tecnico, il poliziotto. Racconta Pasqualino Cianci, amico d’infanzia del magistrato:
Antonio ha imparato da suo padre Giuseppe che cosa significhi ‘la religione del lavoro’. Zi’ Peppino lavorava come un mulo, tutto il giorno nei campi, con qualunque tempo, instancabile, forte, deciso, un esempio per tutti. Ricordo la sua figura e la sua aria sempre serena. Non faceva mai pesare il suo lavoro, i suoi sacrifici. Non l’ho mai sentito lamentarsi, dire che era stanco, che non ne poteva più. Non l’ho mai sentito parlare della fatica o del sudore che i suoi campi richiedevano.
Fare il proprio dovere fino in fondo. Quasi una missione è il lavoro per il giudice più famoso d’Italia. Un impegno di dedizione totale, supportato da un profondo senso di responsabilità sociale per quanto si va facendo. "Lo vedo spesso affaticato - racconta il suocero, l’avvocato Arbace Mazzoleni, sempre nel libro di Gigi Moncalvo - ma sostenuto dalla convinzione di collaborare con i suoi colleghi ad una operazione di alta moralità che indubbiamente lascerà un segno nella magistratura".
Rigore nella formazione e nella preparazione. E’ l’antitesi dell’Italia del tutto e subito, della raccomandazione per superare gli altri, della frequentazione del politico per avere qualche vantaggio. E’ l’opposto di chi, senza alcuno sforzo e preparazione, è assurto ad alti incarichi, per fedeltà o ricompensa di partito. Di Pietro si è laureato e ha fatto concorso in magistratura durante i ritagli dalle ore del lavoro, studiando la sera, di notte. La sua storia personale sembra voler ricordare che per avere risultati occorre impegnarsi, occorre rimetterci di propria tasca. "Solo attraverso la sofferenza fisica e il dolore - gli diceva il nonno Giovanni - è possibile fare aumentare la propria forza, la propria determinazione, la propria capacità di superare ogni avversità e ogni ostacolo".
Le cose semplici
Voglia di riscatto. Di Pietro è il simbolo dell’uomo che ha riscattato il proprio destino di povero figlio di una terra povera. Ha saputo non fermarsi all’atavica rassegnazione: "così vanno le cose, non ci si può far niente". No, lui rischia in prima persona per cambiare le cose. Si ribella all’idea che "bisogna subire". Diventa l’alfiere degli italiani dimessi e perbene che nell’epoca dello yuppismo a tutti i costi hanno dovuto cedere il passo ai rampanti con mocassino firmato e capello sempre in ordine.
Amore per le cose semplici. Veste normale, mangia normale, ha uno stipendio normale, fa le cose che fanno tutti. Dopo la sbornia del modernismo anni Ottanta, Di Pietro segna il ritorno all’attaccamento ai valori semplici e genuini. Niente pranzi sofisticati nei ristoranti di lusso della Milano-bene. A Di Pietro piace mangiare i cavatelli, il sugo di coniglio, i dolcetti alle mandorle fatti in casa, che sua madre gli preparava sempre. Niente vacanze a Santo Domingo o in Polinesia. D’estate torna al paese natale, a Montenero di Bisaccia, alla masseria paterna, dove gli piace lavorare l’orto. Di Pietro non veste abiti griffati, non frequenta i salotti-in, non gioca con un due-alberi o con un off-shore. E’ lontano anni-luce dai luccicanti e artificiosi modelli contrabbandati così a lungo. Non ha niente a che fare con gli abbronzati arrivisti che hanno imperversato nel Paese. Anche sul piano familiare, Di Pietro ribalta i cliché. Quando la madre stava al lavoro nella masseria al paese, non passava giorno senza che il magistrato le telefonasse. Per scambiare quattro chiacchiere, per chiedere un consiglio, per dirle di non lavorare troppo e di riguardarsi.
Forse anche per questo, per questo suo carattere tutto d’un pezzo, Antonio Di Pietro è diventato il giudice più famoso e amato d’Italia. Perché ha saputo far rivivere valori che sembravano dimenticati. I valori della nuova Italia. "
|